Lo dobbiamo ai morti

Di

Sappiatelo, è questione di poco. I segnali, le percezioni ci sono tutti. Molti di voi si saranno accorti che il traffico o le strade deserte di solo una settimana fa ora sono già un ricordo. C’è sempre più gente in giro, le belle giornate del periodo pasquale spingono le persone a uscire ed è difficile, lo capiamo dai proclami di Cocchi e dai continui appelli del Consiglio di Stato, trattenerle in casa.

Un altro fattore fondamentale è l’abitudine. Ci si abitua a tutto: alle guerre, alla fame, ai bombardamenti. Situazioni che ci mandano in panico di primo acchito, diventano la normalità dopo un certo lasso di tempo, e abituandoci, abbassiamo le difese.

È normale e naturale. L’uomo, animale sociale, non è fatto per restare solo e soprattutto rinchiuso.

Sommato a tutto questo c’è il fattore economico. Attenti, non stiamo parlando di “padroni” o di grandi aziende, parliamo di un fitto microtessuto sociale e commerciale che porta in tavola il nostro cibo. Già nel sud Italia, zona più depressa, il sistema comincia a sfilacciarsi, la gente è senza soldi, senza risorse per procurarsi il cibo e si rivolta, si arrabbia.

A questo punto o si chiama l’esercito o la situazione diventa col tempo incontrollabile.

Ma le nostre democrazia non sono le Filippine di Duterte, che chiede serenamente alla polizia di sparare a chi non rispetta le regole. È impensabile, perlomeno in questa situazione, attivare risorse da film catastrofico americano, con posti di blocco e barricate e soldati che sparano alla gente.

Saremo chiamati perciò a breve ad escogitare un sistema di passaggio, di uscita dall’isolamento, che permetta alla macchina di ripartire. Non è un desiderio ma una questione fisiologica.

Col virus, dovremo imparare a convivere, con intelligenza e astuzia.

La morte di fasce della popolazione più vulnerabili, col tempo creerà assuefazione. Sia chiaro, ogni morte è un dramma e anche io ho perso un parente. Ma la realtà, anche dura e pesante a volte, ci dice che in guerra sacrifichiamo la meglio gioventù che abbiamo, questo virus colpisce chi, come ha detto il direttore di una casa di riposo alla radio, è alla fine della ruota della vita.

Non è un discorso cinico. Abbiamo pianto, ci siamo stretti nei nostri pensieri e ora, svegli dobbiamo capire che pagheremo un prezzo. Il modo migliore per farlo è ragionare, escogitare sistemi, intraprendere percorsi inusuali per continuare a vivere facendo tesoro di questa esperienza.

Lo dobbiamo a coloro che sono morti e a coloro che moriranno, per dare a questo sacrificio un valore. A chi non c’è più, dobbiamo il tentativo serio di un mondo migliore, di un’Europa più umana e solidale e meno globalizzata e commerciale, dobbiamo un ambiente più pulito, uno Stato sociale attento alle parti più deboli della sua società e che distribuisca più equamente le risorse, che oggi sono in mano per la stragrande maggioranza a pochi.

Sarà una rivoluzione? Forse come quella industriale, o quella francese. O forse non cambierà nulla, io però sono ottimista. C’è del buono nell’uomo, bisogna scovarlo, e al contempo polverizzare le ostruzioni nichiliste e divisive che ci hanno parassitato fino ad oggi. La strada è lunga e dura, ma piena di dannate ed epocali opportunità.

GAS è gratuito, perchè riteniamo fondamentale che il maggior numero di lettori possibile possa avere un’informazione alternativa rispetto alla stampa ufficiale.

Il nostro lavoro, tuttavia, comporta degli investimenti. Abbiamo scelto di non ricorrere alla pubblicità per non “sporcare” il sito con annunci pubblicitari, e mantenere la nostra indipendenza rispetto al mondo imprenditoriale ed economico. Ci sosteniamo solo tramite le adesioni dei nostri soci e le donazioni dei nostri lettori.

Se anche tu vuoi aiutarci ad andare avanti nel nostro lavoro di informazione indipendente e alternativa, puoi contribuire diventando socio di GAS oppure con una donazione libera. Grazie per il tuo supporto.

SOSTIENI GAS NO,GRAZIE!