Neoliberismo e perdita di potere locale

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Per non intralciare gli affari di grandi imprese internazionali si crea una netta scissione tra politica interna e macroeconomia e ciò in nome di un male interpretato concetto di libertà individuale. La libertà delle multinazionali di diventare multimiliardarie corrisponde col fatale destino di moltissimi di vivere poveramente o di essere catapultati in un mercato del lavoro caotico e incerto.

Il mercato finanziario internazionale, da decenni basato su precetti neoliberisti, per dare sede alle sue imprese necessita di terreni quanto più possibile svincolati da politiche sociali, fiscali e ambientali; deregolamentazione e defiscalizzazione sono aspetti fondamentali per un tipo di impresa che si basa sulla competizione e l’accumulo di capitale. Oggi sorridiamo all’idea che l’obiettivo principale di un’impresa possa essere diverso dall’accumulo di patrimonio, ma vi fu un tempo dove il mercato accoglieva imprese investite da valori morali come la partecipazione al benessere della popolazione locale. Prima dell’affermarsi del neoliberismo non vi erano importanti divergenze tra economia e politica, entrambe tendevano allo stesso scopo: mantenere vivace lo slancio imprenditoriale permettendo alla collettività, e non solo all’imprenditore, di fruire dei buoni risultati economici. Da un lato vi era dunque grande responsabilizzazione dell’imprenditore nei confronti della località, dall’altro le politiche interne comprendevano la causa sociale nei loro obiettivi a lungo termine.

In un mondo che addotta logiche neoliberiste per regolamentare, o meglio, deregolamentare il mercato, tale investimento morale non è più possibile, anzi è di intralcio. Le grandi imprese a carattere multinazionale, per accumulare capitali astronomici e per potersene andare quando altrove vi sono condizioni più convenienti, devono svincolarsi dalla politica interna della località nella quale sono insediate.

L’impresa appartiene alle persone che investono in essa, non ai suoi impiegati o fornitori, e nemmeno al luogo in cui è situata” esclamava un certo Albert J. Dunlap alla fine degli anni ’80. Pochi anni prima, un’affermazione del genere suonava come una dichiarazione di guerra eppure, oggi, gli Stati si prodigano in misure di deregolamentazione e defiscalizzazione per accogliere questo genere di impresa. Per non intralciare gli affari di multinazionali si crea una netta scissione tra politica interna e macroeconomia e ciò in nome di un male interpretato concetto di libertà individuale. Tale concetto afferma che più lo Stato interviene sul mercato, minore libertà di manovra è concessa alle imprese. L’assunto risulta essere una truffa quando inserito in ambito macroeconomico: la libertà delle multinazionali di diventare multimiliardarie corrisponde col fatale destino di moltissimi a vivere poveramente o ad essere catapultati in un mercato del lavoro caotico e incerto.

Il mercato finanziario, sempre meno assoggettato alle politiche interne, chiede deregolamentazione, liberalizzazione e diminuzione delle imposte; tutte misure che riducono l’incisività delle politiche sociali, delle norme che tutelano l’ambiente e che, in poche parole, portano alla perdita di potere locale da parte degli Stati.

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