Quel terrorista del coronavirus

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La logica del contagio fa saltare uno schema psichico difensivo fondamentale dell’essere umano, ovvero la distinzione tra amico e nemico. Chi è l’amico, chi è il nemico?“, a domandarselo è lo psicoanalista Massimo Recalcati, in un’intervista nel corso della quale aggiunge anche che: “Se fossimo davvero in guerra, come dicono alcuni, saremmo in grado di fare questa distinzione. Se davvero vogliamo chiamarla guerra è del tutto non convenzionale. E’ per questo che io ho paragonato il coronavirus a un terrorista, perché è tra di noi, in mezzo a noi, posso essere contagiato ed essere al tempo stesso fonte di contagio. Il pericolo è ovunque“.

Ed è esattamente questa la ragione per cui l’emergenza sanitaria nella quale ci troviamo lascerà in molti di noi un segno profondo. Un trauma che non sarà facile recuperare. Del resto, basta guardarsi attorno, per vedere come la pandemia sia già ora un’importante fonte di stress e di problemi di salute mentale. Un disagio psichico che va affrontato, trovando innanzitutto in noi stessi le risorse necessarie per resistere. Per non prestare il fianco allo sconforto e alla depressione. Cosa che può accadere ad ognuno di noi e che non è certo meno insidiosa del virus.

Anche in una seconda fase dell’emergenza sanitaria attuale, cioè in quel periodo di allentamento delle restrizioni prese per contenere l’espansione del virus, misure precauzionali come il distanziamento sociale e la cautela nel toccare oggetti o superfici potenzialmente infette saranno comunque mantenute. E prima di un effettivo ritorno alla normalità, lo strascico di una paura legata all’insicurezza e all’incertezza di una reale fine del contagio, non sarà di certo facile da scrollarsela di dosso. Le mutate abitudini e questo clima ci accompagneranno così come lo hanno fatto gli strascichi e la paura dei più meno recenti attentati terroristici.

L’aumento di disturbi psicologici e in particolare quelli da stress post-traumatico andranno gestiti e curati, malgrado anche quello della salute mentale, pensando alle priorità della sanità pubblica, sia un capitolo triste. Ancora per molti, la depressione è ancora oggi un falso problema. Comunque sia, non per forza un’urgenza. Invece lo sarà eccome, soprattutto per chi già ora non sa come comportarsi. Sovrastimando o sottostimando il pericolo. Cercando di tamponare alla bell’e meglio il malessere psicologico che la convivenza forzata con il pensiero del Covid-19, inevitabilmente ci provoca.

Ecco perché, adesso più che mai, la resilienza, il processo di sapersi adattare di fronte alle avversità, ai traumi, agli eventi tragici e alle minacce, è vitale. Ed è una consapevolezza che va coltivata giorno dopo giorno. Riuscire a reagire e farlo rimanendo ancorati alla realtà, portare avanti riflessioni positive in grado di fornirci punti di vista inediti, ricostruire una nuova quotidianità con determinazione e ottimismo, tutto questo può esserci utile soprattutto per il dopo, quando nuovamente dovremo capire, a che cosa, avrà davvero senso tornare e come.

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