Revenge porn, lo stupro ha una nuova frontiera

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Di revenge porn, la pratica di pubblicare in Rete, per vendetta, foto intime inviate privatamente, si parla sempre troppo poco. A riportare alla ribalta questo disgustoso fenomeno è, in questi giorni, la scoperta di un gruppo su Telegram, l’applicazione di messaggistica concorrente di WhatsApp, in cui la degenerazione del genere maschile trova il suo apice.

“Stupro tua sorella”. Così si chiama il canale Telegram di cui si parla tristemente in questi giorni: per chi non lo sapesse, un canale Telegram è una sorta di gruppo in cui è possibile iscriversi, un po’ come i gruppi Facebook, per ricevere via messaggio diversi tipi di informazioni, dalle scansioni dei giornali a informazioni sul traffico, ricette e via dicendo.

Il funzionamento è tremendamente semplice: si pubblicano foto, anche “normali”, di mogli, figlie, sorelle, fidanzate, amiche, per suscitare commenti di ogni tipo, che possono andare dalle fantasie di stupro fino ai cosiddetti “tributi”, ovvero masturbarsi sulla foto stampata e inviare il “risultato” in chat come prova. 

Certo, non è la scoperta dell’acqua calda, di gruppi simili in Rete, fra forum e gruppi Facebook, se ne trovano a bizzeffe: quello che sconcerta del gruppo in questione, però, è che a differenza di altri canali analoghi raggiungibili solo su invito, o se si ottiene in qualche modo il link, l’accesso è assolutamente pubblico, facilmente raggiungibile con una semplice ricerca (non fatelo, davvero).

I contenuti sono agghiaccianti, e  sfociano molto spesso nella pedopornografia: dal “classico” revenge porn di chi pubblica foto e contatti della fidanzata per scatenarle contro l’orda degli assatanati, a chi chiede “tributi” sulle foto della figlia quindicenne a cui sostiene di aver rubato il telefono, a chi, come se niente fosse, chiede se qualcuno ha foto di 12enni o si vanta di pubblicare solo 13enni 100% italiane. E chi, al culmine, chiede consigli su come stuprare la figlia perchè “tanto piace anche a lei”. Nessuna è al riparo da questa furia.

E se i più accorti ricorrono all’anonimato con profili falsi, moltissimi sono là a esprimere la propria bestialità con nome, cognome e foto reali: c’è chi, fra le donne che hanno voluto accedere al canale per rendersi conto della portata di questo schifo, ha trovato mariti, fidanzati, fratelli. Una vera e propria fiera del bestiame, in cui il disprezzo verso le donne assume toni e forme che nulla hanno a che vedere con la natura umana: un culto dello stupro istituzionalizzato e coltivato, in cui la donna da una parte ha l’unico ruolo di oggetto sessuale per le voglie del maschio, dall’altra, ed è questo l’aspetto più grave, viene violata nella propria intimità, nella propria libertà di esprimere la propria sessualità anche inviando foto intime di sè al partner contando sulla sua fiducia.

Perché quello che inquieta più di tutto, forse, è la reazione anche della gente comune di fronte a questi casi: colpevolizzare le donne, fare leva su un non ben definito senso del pudore, spesso unidirezionale, portare avanti l’archetipo della donna necessariamente casta e pudica, alla quale dovrebbero persino essere negati desideri e fantasie sessuali, per non venire bollata con epiteti che mi guardo dal riportare, ma li conosciamo tutti. Colpa tua, insomma, donna, se in un momento di complicità invii una tua foto nuda al tuo ragazzo e poi questi la manda in giro. Colpa tua, donna, se ti fidi di chi pensi di amare e che pensi ti ama e invece non vede l’ora di venderti al mercato come una vacca a una fiera del bestiame. Colpa tua, donna, se osi esprimere la tua sessualità liberamente al di fuori dello stereotipo che ti vorrebbe solo moglie devota e madre esemplare, a cui il sesso è negato come piacere e ridotto a pratica unicamente procreativa, un “dovere” da assolvere senza andare oltre lo stretto necessario. La considerazione della portata e della gravità del fenomeno è ancora lontana dall’essere adeguata, pochi Stati  hanno una legge specifica in merito, l’Italia se n’è dotata solo recentemente mentre la Svizzera è ancora in ritardo sul tema, ed eventuali casi del genere vengono trattati semplicemente dal punto di vista della violazione della privacy. Ma qui c’è molto di più, e bisogna capirlo e rendersene conto: il revenge porn, e con esso le altre schifezze di cui sopra, è una vera e propria violenza, che spesso provoca danni irreparabili nella vita delle ignare vittime. Ragazze che da un momento all’altro ricevono centinaia di messaggi osceni da sconosciuti, donne che perdono addirittura il posto di lavoro perché la propria foto finisce in un gruppo simile, e, purtroppo, anche donne che di fronte alla vergogna, all’essere additate pubblicamente, scelgono la via del suicidio, come Tiziana Cantone, di cui abbiamo parlato tempo fa, o anche ragazzine, come Carolina Picchio, 14 anni, che si è buttata dalla finestra dopo che un video in cui, svenuta, veniva abusata dagli “amici” è finita sui gruppi WhatSapp della scuola. (leggi sotto)

Di revenge porn si muore, mettiamocelo in testa, non è una violazione della privacy e basta: di strada da fare, ancora, ce n’è tantissima, e passa prima di tutto dall’educazione, lo ripetiamo ancora, dal creare un contesto culturale e sociale diverso di reale parità di genere, in cui la sessualità delle donne sia considerata normale al pari di quella degli uomini anzichè un tabù da nascondere e negare. Perché una donna deve essere libera di poter dire che le piace far sesso come lo dice un uomo senza essere immediatamente bollata come poco di buono, una ragazza non deve avere paura di esprimere i propri desideri anche condividendo la propria intimità col partner senza rischiare di vedersi la vita rovinata. Di non essere, insomma, incastrata nell’antitesi suora/madre – puttana: e questo, lo ripetiamo fin dalla nausea, va insegnato da subito, ai nostri figli, ai fratelli, a tutti gli uomini della nostra famiglia. Altrimenti di Tiziana o Carolina ce ne saranno altre 10, 100, 1000, altrimenti continueremo a trovare i nostri figli, mariti, fratelli su chat del genere: perché potrebbe capitare a tutti, il mostro spesso è sotto  il nostro stesso tetto. 

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