Sepulveda, grande narratore e infinita passione

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Luis Sepulveda, un grande narratore animato da infinita passione, non c’è più.

Per ricordare un autore c’è solo un modo: leggerlo, o rileggerlo. Oppure ripensare a quando gli occhi si sono posati per la prima volta su di un suo testo. Con Luis Sepulveda, il grande scrittore cileno stroncato giovedì dal virus, abbiamo l’imbarazzo della scelta. Tornare a vivere le emozioni del suo romanzo più famoso, «Il vecchio che leggeva romanzi d’amore»? Epico con quell’Antonio José Bolivar Proaño che impara dagli indios e … si mette a vivere altrui storie, narrandole. Un romanzo che ha aperto portoni nelle menti di tanti giovani nuovi lettori, l’eroe che iniziato alla lettura ragazzi di tutto il mondo (e «fare da apriscatole» è il miglior complimento possibile per uno scrittore: Luis Sepulveda lo merita tutto!).

Ancora la celebre Gabbianella, quella per cui «il vero coraggioso è colui che conosce la paura ma sa vincerla: solo così impara a volare». Un libro, quella della Gabbianella, che a livello di letteratura per ragazzi ha conosciuto meno lettori solo del «Piccolo Principe», non per dire. Due libri che hanno venduto cifre spropositate di copie, insomma stiamo parlando di milioni. Sepulveda non ha cozzato contro barriere di genere, con la sua capacità di raccontare in parole semplici ha bazzicato il noir («Diario di un killer sentimentale», del 1996), l’impegnato («Il mondo alla fine del mondo») ambientato su di una nave di Emergency, e persino il racconto morale (nuovi animali, il gatto e il topo, la balena, ecc… ).

A noi piace qui ricordarlo nelle sue ultime passioni. Quelle della lotta per un mondo più civile, giusto, equo e solidale. La sua totale adesione al progetto «slow food» con il libro scritto a sei mani con Carlo Petrini e José Pepe Mujica: «Vivere per qualcosa», 2017, ed. Guanda-Slow food. Tre uomini portatori di storie diverse eppure uniti da un impegno comune, con una capacità di immaginazione davvero fuori dalla norma. Un presidente povero, il fondatore di una scuola rappresentante un pensiero (e stile di vita) e un romanziere da milioni di copie che si ritrovano e non necessitano di parolone per spiegarsi e capirsi. Un dibattito illuminante focalizzato sul … senso della vita. Che non può essere altro che la ricerca dell’armonia, o della felicità: non quella individuale (addirittura d’intralcio) ma comune. E non si tratta di un viaggio onirico come tanti, i suoi interlocutori lo stanno a dimostrare. In sole 100 pagine, in coabitazione poi, abbiamo tutto lo scrittore cileno. Popolare e indifferente alla critica (che non l’ha mai ben trattato, ricordiamocelo), grande affabulatore e soprattutto animato da una passione ineguagliabile. Un Don Chisciotte nato da Melville e cresciuto da Hemingway, per un’idea di letteratura non barattabile, quella che aspira ad una cancellazione di tutte le frontiere e dare voce a chi, semplicemente, non ce l’ha.

Ha avuto successo e in parecchi non glielo hanno perdonato. In special modo la critica ha sempre giudicato al ribasso la sua scrittura. Ma lui non se ne è adontato, continuando sulla sua rotta. E del resto quando uno ha vissuto sette mesi di prigionia e tortura per motivi politici, ai tempi di Pinochet, cosa gli può importare di queste opinioni, tra l’altro smentite dal pubblico? Una leggenda racconta che, raggiunto dalla notizia della morte del suo torturatore, abbia semplicemente commentato «Non gli do altri minuti della mia vita, questa birra fresca è molto meglio». Ci mancherà.

«Vivere per qualcosa di José Pepe Mujica, Carlo Petrini e Luis Sepulveda, 2017, ed. Slow food-Guanda, 2017, pag. 100, Euro 12,00.

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