Sopravvissuta al Covid-19

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Non vi parlerò di una testimone a un processo, ma di una testimone di qualcosa di molto attuale e che ci tocca tutti molto da vicino direttamente o indirettamente. Una testimonianza che vuol essere anche un appello di speranza. Il racconto di chi ce l’ha fatta e dopo tre settimane di degenza all’ Ospedale La Carità di Locarno, centro Covid-19, condivide con noi il suo vissuto di paura e lotta contro la malattia.

Disturbi qua e là

Io mi considero una persona sana perché lo sono sempre stata. Non ho avuto particolari malattie prima d’ora. Ho cinquant’anni e verso la fine di febbraio ho iniziato ad accusare dei disturbi quotidiani che mi accompagnavano durante tutto l’arco della giornata, disturbi che si acuivano per poi sparire. Do la colpa agli sbalzi di temperatura. Non ci faccio caso più di tanto. Mi dico che sono i soliti mali di stagione. Una leggera tosse, ogni tanto un po’ di nausea, qualche giramento di testa. Sarà l’inizio di un’influenza intestinale, mi ripeto. Infatti gli attacchi di vomito e i disturbi gastrointestinali si intensificano. Dopo alcuni giorni mi passano ed è la ragione che mi porta ad andare tranquillamente anche a fare la spesa. Al rientro però salgo le scale con un certo affanno e la sera ho pure una leggera febbre. Per qualche giorno mi sento spossata. La febbre va e viene. Faccio sempre più fatica a salire le scale. Inizia un fastidio alle orecchie, e persiste la febbre. Il fastidio si fa dolore. Ed è in quel momento che un senso d’impotenza mi assale.

La bestia dentro

Sollecitata da mio marito e dai miei figli vado dal medico. Ho un’otite. Meno male, ecco che quindi si spiega il malessere generalizzato. Mi tranquillizzo. Mi viene prescritta una terapia antibiotica. La vivo come una pacca sulle spalle. Andrà tutto bene, ne sono convinta. La febbre scende e poi risale. Per tre giorni è a 39 gradi. Mia figlia richiama il nostro medico di famiglia: “qualcosa non va, nonostante l’antibiotico, la febbre non scende.” Mi faccio accompagnare per una visita e, a quel punto, finalmente mi fanno il tampone. Positiva al coronavirus. E dopo dieci giorni a casa con questo scomodo ospite che mi condiziona le giornate, vengo ricoverata, già parecchio debilitata, all’Ospedale La Carità di Locarno. Un senso di smarrimento mi assale. Ma dove l’avrò presomi dico. A chi lo avrò passato?

L’altalena dell’ossigeno

Vengo portata in ospedale. Durante il tragitto l’ambulanza corre, la sirena mi accompagna tutto il tempo, una delle tante che ogni giorno sfrecciano sulle nostre strade e che da allora non hanno per me più lo stesso suono di prima. Nel reparto c’è molta concitazione, il personale è in continuo movimento, molti pazienti sembrano dormire. C’è chi ce la farà e chi no. Mi somministrano subito degli antibiotici specifici per contrastare la polmonite. Lo sconforto si alterna a piccole speranze. Iniziano le montagne russe. Sei lì sola senza i tuoi cari, li puoi sentire solo ogni tanto, ma comunque non hai la forza di parlare. La conversazione si limita ai monosillabi. Sì, no. Passano i giorni, e misuri il tuo stato di salute in base alla quantità di ossigeno che ti viene somministrato. Due litri al minuto all’entrata, poi quattro, sei, quattro, otto, sei, dieci, dieci, dieci, quindici. Questo è l’ultimo gradino. Poi non possono più fare niente. E se domani dovessi necessitare di più ossigeno, dovrò essere intubata. Raccolgo le mie poche forze. Lo faccio per me e per chi mi aspetta a casa. Non voglio addormentarmi. Spero di farcela. Voglio farcela.

Per molti l’ultimo saluto è il loro

Sono così stanca che non ho più la forza neanche di tenere in mano qualcosa, tutto diventa una fatica, la febbre continua, la tosse pure, mi manca l’olfatto e il gusto. Tanto non riesco a mangiare e l’unico odore che potrei sentire sarebbe solo quello del disinfettante. Il forte mal di testa non mi abbandona. Faccio fatica anche a fare pipì. Non vorrei si compromettessero anche i reni. Inoltre mi dicono che il rischio di trombosi è molto alto. L’umore è fluttuante. La disperazione si alterna alla paura. Passo tre settimane sdraiata a guardare il soffitto. A sentire le voci e ad ascoltare gli allarmi degli apparecchi. Di notte a guardare le lucine dei respiratori. Tutti lì. Insieme a lottare per la stessa cosa. Cercando di sopravvivere. Comunque appesi a un filo. Il personale, nonostante i turni massacranti, è amorevole e premuroso. Consapevoli che, in alcuni casi, saranno loro a essere l’ultima persona che chi, come me, in questo momento si trova in un letto d’ospedale, potrà vedere.

Appesa a un filo

Collegata giorno e notte al tubicino che trasporta l’ossigeno. È questo l’unico modo possibile per me di continuare a respirare. Ogni tanto mi assale una gran tristezza. Mi sento impotente. Mi rendo conto di essere completamente nelle mani del personale curante. Buone mani. Forti e accoglienti. Durante la notte ho un’apnea, la sospensione momentanea dei movimenti respiratori. Mi riprendo e ripenso a quanto mi è stato detto: “se domani dobbiamo aumentare l’ossigeno, saremo costretti a intubarla”. Non c’è altra scelta. Durante la notte il livello rimane di quindici litri al minuto, stabile. Al mattino il bisogno di ossigeno scende a dieci. È un leggero miglioramento. Ma non è detto. Il ritmo è instabile, l’evoluzione della malattia incerta, le incognite sono comunque tante.

In bilico fra la vita e la morte

Se diminuisce la quantità di ossigeno che ti devono somministrare e aumenta la saturazione nel sangue, vai verso la guarigione. Provo a mangiare, cerco di pettinarmi. Sono già stanca. Non ce la faccio più. Il pensiero che forse rivedrò presto chi mi aspetta a casa è tale che, lentamente, anche le forze tornano. Mi somministrano degli antivirali, farmaci contro la malaria e l’HIV. Sono ormai trascorse due settimane e solo ora riesco di nuovo a parlare con i miei cari. Parlare compiutamente intendo, non più a monosillabi. L’affanno è ancora forte. Pur essendo immobile a letto, un senso di spossatezza mi accompagna lungo tutto il giorno e ormai è l’ossigeno e la sua saturazione nel sangue, l’unico punto di riferimento al quale mi aggrappo. Argomento di discussione sia con il personale, sia con gli altri pazienti. Intorno a me persone intubate che solo ieri non lo erano.

Finalmente fuori pericolo

L’ossigeno è ormai stabile. Da qualche giorno solo due litri. Si pensa già ad una mia dimissione e al trasferimento in una struttura di riabilitazione post Covid-19. Non riesco a crederci, sono ancora molto stanca e l’affanno è ancora presente. L’uscita dall’ospedale è un misto di gioia e dispiacere. Le relazioni che si creano in quegli attimi terribili che ho vissuto sulla mia pelle sono molto forti. Sia con il personale, sia con gli altri pazienti. Un cenno con il dito al risveglio, una carezza ricevuta, un sorriso rubato. Mi spiace lasciarli. Abbiamo fatto un percorso insieme e non è stata per nulla una passeggiata. Ci commuoviamo. Ci salutiamo. Ora sono in un altro ospedale, sempre in isolamento. So che la strada sarà lunga, mi stanco a parlare, spesso mi manca l’aria, ma ce l’ho fatta. Sono ancora viva. E spero di poter tornare presto alla mia vita di prima.

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