Bambini nei lager greci, la Svizzera è sorda

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Bambini non accompagnati accampati nei lager greci: la Svizzera fa orecchie da mercante!

Lo scorso 29 aprile il Comitato “Protezione per i bambini in fuga” depositava al Consiglio federale una petizione sottoscritta da oltre 10mila persone e che chiedeva di accogliere in Svizzera 200 bambini e minorenni non accompagnati, accampati nei lager delle isole greche, in condizioni di estrema indigenza. La risposta appena giunta è stata accolta con scontento e delusione dal Comitato: il governo svizzero precisa che sta aprendo le porte sin da metà maggio a 23 bambini che hanno legami familiari nel nostro paese, ma soltanto a loro.

“Volevamo un gesto umanitario”

“Ma noi” ci dice Marco Piffaretti, uno dei tre membri del Comitato assieme a Katarina Socha e Jacqueline Schmid e primi cofirmatari della petizione, “volevamo un gesto umanitario, gesto che il Consiglio federale non ha fatto! Avevamo chiesto l’accoglienza in Svizzera di 200 bambini e minorenni non accompagnati che non avessero per forza legami con il nostro Paese, il governo ci ha semplicemente ricordato di avere già accettato l’entrata di 23 ragazzini che hanno famiglia qua.”

Il Comitato è scontento e deluso e, in vista della sessione straordinaria parlamentare della prossima settimana, ha deciso di inoltrare la sua petizione all’Assemblea federale: “Prima però” spiega ancora Marco Piffaretti che nonostante il nome ticinese non parla italiano – “mio nonno era emigrato in Svizzera interna dal Mendrisiotto”, premette durante l’intervista concessaci in tedesco – “risponderemo al Consiglio federale, ribadendo l’importanza della questione e sottolineando che la risposta data non corrisponde assolutamente al tenore della petizione il cui obiettivo è un’esigenza minima realistica. Non agire è indegno da parte della Svizzera, non fare nulla è inaccettabile!”

“I ricongiungimenti familiari non funzionano”!

Il Comitato “Protezione per i bambini in fuga” ricorda inoltre giustamente che aprire le porte del Paese ad un ricongiungimento familiare – come dice di avere fatto il governo accettando di accogliere, per ora, 23 minorenni dalla Grecia – rientra negli obblighi del Trattato di Dublino. 

“Siamo tanto più delusi” sottolineano i tre membri del Comitato in un comunicato stampa diramato il 25 maggio “che in un articolo pubblicato la settimana scorsa nella Wochenzeitung (WOZ) si viene a sapere che i ricongiungimenti familiari non funzionano affatto! Così un papà afgano che vive in Svizzera tedesca sta tentando da mesi di farsi raggiungere dal figlioletto ritenuto nel campo profugo Moria dell’isola di Lesbos. Invano! Le autorità svizzere pongono come condizione all’uscita del bambino della Grecia che quest’ultimo sia registrato dalle autorità di questo paese, ciò che sembra praticamente impossibile!” Intanto e nell’ipotetica speranza che si risolvi la questione amministrativa, ricordano gli autori della petizione, il ragazzino undicenne sta semplicemente tentando di sopravvivere nell’inferno di Moria. 

Privati pronti ad accogliere i bambini

Marco Piffaretti che nell’inverno 2015-2016 ha operato come volontario in un campo profughi dell’isola di Lesbos ricorda che nel campo di Moria vivono attualmente circa 2500 bambini e minorenni non accompagnati in condizioni molto precarie, “condizioni rese ancora più difficili dalla crisi del coronavirus: i campi sono chiusi, isolati, sono diventati delle vere prigioni dove con l’arrivo dell’estate la vita diverrà infernale.” Come le sue due colleghe del comitato, Marco è d’avviso che la Svizzera può benissimo “permettersi un gesto umanitario poiché questi 200 bambini e ragazzi per i quali chiediamo lo statuto di profughi possono essere accolti da privati pronti a farlo oppure essere piazzate in strutture specializzate dove saranno scolarizzati e seguiti.” 

“Ci sembra che la nostra petizione non sia stata presa sul serio” lamentano i suoi tre autori “e questo fa nascere in noi seri dubbi sul senso di questo strumento democratico di base. Ora vogliamo cercare di incanalare i nostri sentimenti di indignazione verso vie costruttive e continuare quindi, per ora, tramite il Parlamento a fare pressione sul Consiglio federale!”

Un appello a Karin Keller-Sutter

Il Comitato è infatti convinto di potere agire e di farlo in buona fede e rammenta la promessa della Consigliera federale Karin Keller Sutter che nello scorso gennaio aveva riconosciuto la crisi umanitaria vissuta dai giovani profughi e annunciato che la Svizzera prevedeva di accoglierne. La ministra precisava però già allora che solo i giovani con legami familiari con il nostro paese avrebbero potuto varcarne le frontiere. Tuttavia, sottolineano gli autori della petizione, viste le condizioni precarie vigenti in Grecia, la Svizzera è comunque tenuta a farlo in virtù degli articoli 6 e 8 del Trattato di Dublino. “I sottoscritti lanciano quindi un appello alla Consigliera federale Karin Keller-Sutter perché abbia a compiere un vero gesto umanitario e faccia entrare in Svizzera 200 bambini e minorenni non accompagnati affinché possano beneficiare di un’adeguata protezione.”

“È ora per la Svizzera di agire!”

Nell’inferno del campo di Morìa, un ex base militare concepita per ospitare 2800 persone, a fine 2019 si ammassavano in condizioni disastrose, dentro e attorno al campo, quasi 20’000 profughi giunti in gran parte dalla Siria, ma anche dall’Afghanistan e da alcuni Paesi dell’Africa subsahariana. Oltre il 40% dei rifugiati di Moria sono bambini di cui più di 1000 non sono accompagnati e vivono in condizioni estremamente precarie. Molti di loro sono orfani di guerra, altri sono stati separati dai genitori da bande di trafficanti di esseri umani durante la loro fuga. Questi bambini e minorenni soli sono alla merce di maltrattamenti, aggressioni sessuali, violenze psicologiche e abusi di ogni sorta, sottolinea il Comitato “Protezione per i bambini in fuga” che lancia un monito: “È ora per la Svizzera di agire e fare più che accontentarsi di rispettare il Trattato di Dublino!”

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