Bare invece di mascherine

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Negli Stati Uniti la pandemia sta facendo strage soprattutto tra i poveri, i neri e le altre minoranze. La colpa è soprattutto di un sistema sanitario privato basato sulle disuguaglianze. Oltre a ciò le persone povere vivono in appartamenti piccoli e inadeguati. Per molti di loro il telelavoro è solo una chimera. E questo agevola la diffusione rapidissima dell’epidemia. È per esempio il caso dei quartieri poveri di Chicago, città in cui il 30% della popolazione è rappresentato dagli afroamericani e oltre il 70% dei morti per coronavirus appartiene proprio a questa comunità. Non se la passano certo meglio i nativi americani. Morbillo, vaiolo e influenza furono solo alcune delle malattie che Colombo portò loro in dono. Oggi i nativi americani sono poco più di cinque milioni, divisi in 537 tribù. La maggior parte di loro vive in piccole case sovraffollate, dove il virus può facilmente diffondersi. Le abitazioni spesso mancano di elettricità e acqua corrente, case in cui lavarsi le mani è più difficile che nel resto d’America.

Dalla SIHB, Seattle Indian Health Board (Stato di Washington), arriva la notizia-disastro il 5 maggio. A fine marzo la SIHB aveva inviato una richiesta urgente alle autorità statali e federali per ottenere del materiale sanitario, onde contenere la pandemia di coronavirus che dalla grande area urbana stava espandendosi nelle riserve. Tra queste le più popolate sono: Tulalip, Duwanish, Chinnok, Cayuse, Umatilla, Yakama, Spokane, Walla-Walla.

Urgono – supplicava il messaggio – mascherine, guanti, camici per sanitari ed infermieri, gel disinfettante per le mani, clorochina e, possibilmente, ventilatori. Nessuna risposta. Le due responsabili del centro sanitario, Esther Lucero ed Abigail Echo-Hawk, rinnovano la richiesta pochi giorni dopo. Ancora silenzio assoluto: le autorità sanitarie statali e federali non hanno nemmeno dato notifica di ricevuta dei messaggi.

Nel frattempo tra gli oltre 560 nativi americani ricoverati si registrano ben 64 decessi. Passano le settimane e la richiesta viene ripetuta più volte: l’ultima (prima della rinuncia) risale a metà aprile. E finalmente pochi giorni or sono arrivano dei pacchi. Quando Lucero ed Echo-Hawk li aprono scoppiano in grida di disperazione e decidono di fotografare tutti i contenuti inviando le foto alla catena televisiva NBC, che le diffonde solo localmente.

Quando la casa madre del network si accorge della notizia si è giunti ormai al 5 maggio e dopo aver tempestato di improperi la filiale di Washington State, fa scoppiare il caso in tutti gli Stati Uniti. Nei pacchi inviati dalle autorità sanitarie ci sono solo Body – Bags. Ovvero bare gonfiabili con tanto di fogli esplicativi relativi all’uso delle Cadaver Body Bags e targhette dove si scrivono i nomi dei defunti e si attaccano poi agli alluci dei piedi prima di tirare la chiusura-lampo.

È uno scandalo. L’ennesimo. Inoltre quella targhette – ora di cartoncino – sono identiche a quelle di ottone che nell’Ottocento servivano ad identificare gli indiani massacrati. Vi ricorda forse qualcosa il massacro di Wounded Knee?

La notizia e molte altre sul COVID-19 in Indian Country si potranno leggere su TEPEE 57. 

Naila Clerici, già docente di Storia delle Popolazioni Indigene d’America all’Università di Genova e direttrice responsabile ed editoriale della rivista TEPEE dedicata alla realtà dei nativi americani

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