Canta che… ti passa il virus

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S’intitola “Covid-19” l’album registrato a tempo di record dalla band inglese “The Tiger Lillies” di Martyn Jacques. Un gruppo che è sempre andato fiero della propria indole meticcia, ibrida. Influenzata da “L’opera da tre soldi”, il capolavoro di Bertolt Brecht e Kurt Weil, dal cabaret berlinese degli anni Venti e Trenta del secolo scorso, dalla canzone francese e dalle melodie britanniche sapientemente mescolate a quelle tzigane.

Un folle circo sonoro sotto il cui tendone, dal 1989 a oggi, il trio ha cantato di aberrazioni sessuali, bestemmie, del buio della vita di strada. Seppur con alcuni cambiamenti nel corso degli anni per quel che riguarda la sua formazione, i Tiger Lillies hanno fatto del politicamente scorretto e dell’attitudine punk il loro tratto distintivo. Tre clown più simili a un It che a Sbirulino, tornati proprio in questi giorni alla ribalta con un resoconto, con la cronaca in tempo reale della pandemia da coronavirus ma soprattutto del relativo confinamento forzato.

Come è successo a tutti noi, Martyn Jacques, fondatore e leader della band cabaret-punk britannica, ha visto la propria vita azzoppata, privata della libertà di movimento: “Tutto quello che stiamo vivendo è uscito fuori dal nulla. Dall’oggi al domani non mi ha più permesso di fare ciò che ho sempre fatto negli ultimi trent’anni: agire! Ciò che mi ha tenuto materialmente in vita e sano di mente. Ha occupato il mio tempo. Per me, l’atto di cantare per un pubblico è stata la mia liberazione emotiva e artistica.”

Con la quarantena, anche i Tiger Lillies hanno dovuto fare i conti con la disperazione. La cura però è stata quella di sempre. “Il mio unico modo per rimanere relativamente sano – spiega Jacques – è stato quello di cantare canzoni sulla follia di tutto ciò che ci sta accadendo”. Martin Jacques ha così deciso di registrare, a distanza, un intero nuovo album con Adrian Stout (al contrabbasso, scacciapensieri, sega e altro), intitolato proprio “Covid-19”.

Di nuovo in pista con canzoni dal titolo “Cough” (Tosse), “Keep washing your hands” (Continua a lavarti le mani), “Corona was a beer once” (Corona un tempo era una birra), “Social Distancing” e così via, canzoni per palati robusti che a massicce dosi di black humor uniscono strumenti talvolta inusuali e arrangiamenti rétro. Il mondo dei Tiger Lillies è cupo, oscuro e crudele. Eppure originalissimo e buffo. Con momenti di profonda tristezza, ma anche d’immensa bellezza. Un disagio che, all’emergenza da coronavirus, risponde con l’urgenza creativa, cristallizzata in 17 brani , nell’ultimo dei quali ci si pone una domanda oggi più che mai struggente: “Will we ever play again?”. Torneremo di nuovo a giocare (e suonare) insieme?

Nel ricordo del bel concento dal vivo intitolato Literary Lillies, tenutosi al Teatro Sociale di Bellinzona nel settembre del 2008, vi suggerisco di godervi la loro ultima esibizione del primo maggio di quest’anno su YouTube, per presentare l’ultimo album “Covid-19”.

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