Di Falcone ieri, pagliacci e quaqquaraquà oggi

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Ventotto anni fa, alla data di ieri, la mafia, quella vera, non quella dei film con la coppola e la lupara o delle fiction idiote con i mafiosi-eroi, faceva saltare in aria il giudice Giovanni Falcone, la moglie e 3 agenti della scorta su un pezzo di autostrada fino ad allora sconosciuto ai più. 

C’è qualcosa di doloroso, oggi, nel pensare a uomini di Stato, di diritto e giustizia come Falcone: la sensazione orrenda che siano davvero di essi non sia rimasto nulla, se non qualche foto con citazioni a caso da esibire sui social un giorno l’anno, per poi correre a chiamare il potentello di turno per un posto da usciere al Comune a danno magari di chi aveva più diritto. 

Parlare di Giovanni Falcone oggi espone inevitabilmente a una certa retorica, all’abuso delle suddette citazioni in un discorso emozionale che però ci lascia davanti a una realtà devastante: di ciò in cui credeva Falcone, la legge, lo Stato, la forza del diritto sulla sopraffazione mafiosa, e in generale violenta, non frega più nulla a nessuno, o quasi. 

Perché la legge e il diritto, la stessa Verità, oggi, sono piegate e sottomesse ad altre priorità: il consenso, il nutrire le masse urlanti sui social, il click facile. Uomini di Stato, un tempo considerati alla stregua di eroi, oggi sono giudicati prima di tutto in base a presunte idee politiche, siano esse vere o meno. 

Uno come Falcone, oggi, da certi pagliacci che infestano la scena politica italiana, a destra e anche a sinistra, sarebbe giudicato probabilmente “una toga rossa”, o, dall’altra parte, un elemento da inquadrare comunque sotto un rigido controllo. Ma ve lo immaginate, voi, a dover avere a che fare con gente come Salvini, la Meloni? Ve lo immaginate a dover giustificare l’arresto di quello o quell’altro politico senza finire sotto la gogna mediatica? Ve li immaginate i post su “quel giudice comunista” che si è permesso di contestare l’operato di un politico o di arrestargli, sacrilegio, un collaboratore?

No, io non riesco a pensare alla valanga di merda che pioverebbe addosso a gente come Falcone e Borsellino oggi. E non riesco neanche a pensare al disgusto che avrebbero ad avere a che fare con questa gente, loro, che avevano di fronte i politici della Prima Repubblica, quelli che parlavano poco e facevano molto, nell’ombra, gente che aveva i propri diretti referenti con le cosche mafiose e all’esterno si dava, comunque, delle arie da uomo di Stato, insospettabile e quasi “onorabile”. Gente che non faceva vendette emotive, ma se gli stavi scomoda ti metteva a tacere in modo legale e inoppugnabile, senza strilli e gogne mediatiche. Questa era le gente dietro la mafia con cui lottava ogni giorno Giovanni Falcone, oggi, probabilmente, vedendo quello che è il panorama politico italiano, a destra come a sinistra, non gli resterebbe altro che etichettarli con un termine siciliano che nel suo ermetismo rende esattamente il concetto: scassapagghiari, letteralmente “distruttori di pagliai”, metaforicamente fannulloni, fanfaroni, delinquentelli di paese con velleità da gangster. O, per restare a una definizione più nota, direttamente da Leonardo Sciascia, semplicemente dei quaqquaraquà.

Gente che non esiterebbe a etichettare la lotta antimafia come “di sinistra” se essa fosse l’occasione per attaccare l’avversario, vigliacchi che non ci penserebbero su due volte a vendere Falcone al primo offerente se ne potessero ricavare un ritorno in termini di consenso. Gente che non si preoccupa di dare addosso al più debole per il proprio tornaconto, quando Falcone lottava contro i forti, i potenti, i boss che assediavano, e assediano ancora la Sicilia, contro il silenzio contro l’omertà. Quella stessa Sicilia in cui oggi un presidente della Regione si permette di dire, a chi gli contesta una determinata scelta politica (l’ingresso della Lega al governo) , di dire che “le persone perbene non parlano e stanno a casa”: un elogio dell’omertà che sta bene in bocca proprio alla gente contro cui combatteva Giovanni Falcone.

A noi resta l’immagine di un servitore dello Stato come pochi, di un martire di un’idea di giustizia diversa, che non sia punitiva per alcuni e volgarmente masturbatoria per altri. Ci resta il ricordo di chi diceva che “chi non ha paura di morire muore una volta sola.”, mentre oggi, mille volte al giorno, in Italia muoiono la verità, la giustizia, il diritto. 

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