Il cielo parla attraverso il vento

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Il 10 maggio, dopo quasi 18 mesi di prigionia, Silvia Romano è tornata in Italia. La cooperante milanese era in Kenya per conto dell’organizzazione non governativa “Africa Milele” dove lavorava ad un progetto educativo per l’infanzia rivolto agli orfani di entrambi i genitori.

Silvia operava nel villaggio di Chakama, a circa 80 chilometri da Malindi, non distante dalle rotte del turismo internazionale. In attesa che venisse finanziato il progetto cui stava lavorando la sua organizzazione, creare un orfanotrofio in muratura per dare un’istruzione agli orfani, aveva realizzato una “Ludoteca nella Savana”.

Silvia non è una sprovveduta, è laureata in Mediazione linguistica per la sicurezza e difesa sociale ed era alla sua seconda missione in Kenya.

Come racconta Angelo Ferrari nel suo “Silvia. Diario di un rapimento”, quelle attività si sono interrotte con il suo rapimento. “Ora tutto è fermo – dice il capo del villaggio in cui si trovava Silvia quando fu sequestrata – di aiuti non ne arrivano più, quasi che il tempo si fosse fermato a quel giorno”.

Rapita il 18 novembre 2018 dai fondamentalisti islamici di Al Shabaab, probabilmente presa come ostaggio, come una merce rara da cui poter trarre il massimo del profitto, non deve essere stato semplice, un anno e mezzo di segregazione per una giovane ragazza prigioniera di un gruppo che di certo non ha molto rispetto per le donne.

Pare che per la sua liberazione si sia pagato un riscatto, l’Italia lo fa come lo fanno tutti gli altri Paesi anche se non lo ammettono e sono, ovviamente, già partite anche le polemiche.

Quelli più beceri come al solito arrivano dai commenti sui social di leghisti e loro simili capeggiati dal solito Vittorio Feltri, direttore del quotidiano “Libero”, che chiosa “aver pagato il riscatto significa finanziare i suoi amici terroristi islamici”: come sempre alle dichiarazioni di Feltri non servono commenti.

I veri campioni di buonismo dicono che sì, era là per una buona causa, aiutare gli altri, ma doveva proprio andare in Africa, non poteva farlo standosene a casa sua?

A tutti questi mi sento di rispondere che se tutti ragionassimo così non ci sarebbe futuro. Cosa sarebbe il mondo e nel mio caso l’Italia se i giovani partigiani che si sono sacrificati nella lotta al nazifascismo, se Peppino Impastato e tutti quelli che hanno combattuto e combattono la mafia, se le centinaia di migliaia di persone che operano nel volontariato avessero ragionato o ragionassero così?

Con quale scusa ci arroghiamo il diritto di denigrare gli altri? Dobbiamo piuttosto imparare a riflettere su quanto coraggio serva per fare certe scelte e se anche noi facciamo la nostra parte.

Sono proprio i gesti gratuiti, quelli che fai perché ci credi, senza stare a calcolare qual è il tuo tornaconto personale che possono dare un senso più grande alla vita. Al senso di appartenenza a una comunità.

Nella diretta televisiva che riprendeva l’arrivo della giovane all’aeroporto romano di Fiumicino, i cronisti descrivevano con dovizia di particolari il vestito verde e i pantaloni che indossava Silvia (abiti tradizionali delle donne del Kenya e della Somalia). A me invece quello che ha colpito è stato il grande sorriso quando ha abbassato la mascherina e l’immenso abbraccio con i suoi familiari: bentornata Silvia.

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