Il fascino (letale) della divisa

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George Floyd è morto soffocato. E non per il coronavirus, ma per il ginocchio di un poliziotto inchiodato al suo collo, nonostante urlasse di non riuscire a respirare. Il video l’abbiamo visto tutti, non serve riproporlo. George è l’ennesima vittima della divisa, e del macabro potere che esercita su molti individui a cui fornisce una sorta di aura di impunità nello scaricare la propria violenza repressa su una persona immobilizzata a terra.

Si parla spesso, frivolamente, del “fascino della divisa”: come se quell’omologazione, quell’uniformarsi (anche nel senso di indossare un’uniforme) dietro lo scudo protettivo dello Stato rendesse una persona più carismatica, gli conferisse, appunto, un’aura di potere.

Chissà se anche George ha subìto quel fascino fino a restare vittima del suo abbraccio mortale. Chissà se anche Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva erano rimasti così ammaliati dalla divisa di poliziotti e carabinieri al punto da lasciarsi picchiare fino a crepare. Chissà quanto erano affascinanti, per restare dalle nostre parti, i due poliziotti condannati per aver picchiato nel 2015 a Camorino un cittadino rumeno accusato di furto, o quegli altri due altrettanto condannati per aver fermato, portato in un bosco ad Arogno, picchiato e abbandonato un uomo nel 2014. Pensate al richiedente asilo di Brissago, lui è rimasto davvero “folgorato” dallo splendore di quella divisa.  E tralasciamo anche tutto il discorso sul G8, sul mattatoio della Diaz, lì c’erano così tante divise che più che fascino potremmo parlare di un vero e proprio concorso di bellezza: Mister Manganello,  più denti spacchi più sembri bello.

E pensate, la divisa è così affascinante che quando si parla di imporre qualche limitazione allo strapotere delle forze dell’ordine, ad esempio i numeri identificativi sul casco, o si cerca di introdurre il reato di tortura, c’è chi si leva, in genere sempre dalla stessa parte, per gridare “Lasciateli fare il loro lavoro”: perché si sa, nel normale contratto di lavoro di un poliziotto fra assegni familiari, contributi previdenziali, indennità di rischio c’è anche la voce “bonus mazzate”, che quadruplica se diviene “premio produttività controllo popolazione tramite morte”. C’è chi si masturba, quasi, quando ai poliziotti viene dato in dotazione il taser, quella cosa che a sentire loro non fa nulla, a parte se sei cardiopatico, o hai altri problemi per cui anzichè beccarti la simpatica scossetta che li fa tanto ridere rimani fritto dentro.

“Problema medico”, è stato definito il caso di Floyd. Perché è veramente una brutta malattia, in effetti, quella che come sintomi ha un pestaggio, come agente patogeno un rappresentante (presunto) della legge, e come decorso il lasciarci le penne per soffocamento, per percosse, per quella strana e rara forma di epilessia che ti lascia i lividi sul corpo. È davvero un virus mortale, questo fascino della divisa, ma è anche piuttosto selettivo, non colpisce tutti indiscriminatamente, ma, soprattutto negli USA, miete le sue vittime preferite fra le minoranze, gli afroamericani, gli ispanici, gli stranieri in generale, ma anche chiunque per un qualsiasi motivo appaia anche solo simbolicamente “deviante” di fronte all’ordine che questa gente pretende di rappresentare.

E prima che qualcuno si levi a dire “ma ci sono tanti poliziotti che fanno solo il loro lavoro, proteggono la popolazione, bla bla bla”: lo sappiamo, ma qui parliamo delle forze dell’ordine come istituzione, come braccio repressivo dello Stato, a prescindere dalle persone che ne facciano parte, nessuno mette in dubbio che vi siano tante bravissime persone, ma lo Stato, d’altro canto, non può permettersi che vi siano mele marce all’interno delle istituzioni che dovrebbero proteggere i suoi cittadini anzichè farli secchi arbitrariamente. Non deve esistere che l’istituzione che dovrebbe proteggere diventa quella che uccide, neanche in un solo, singolo caso.

Il perverso fascino della divisa è duro da estirpare, è dura far capire a una persona comune che indossare un’uniforme non ti rende giudice della vita e della morte di qualcuno: e di Floyd, di Cucchi, di Aldrovandi ne avremo purtroppo ancora tanti.

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