La guerra libica per procura

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Il 27 aprile scorso il generale dell’esercito nazionale libico (LNA) Khalifa Haftar si è autoproclamato capo indiscusso della Libia, in una dichiarazione alla televisione Al Hadath, ponendo praticamente fine agli accordi di Skhirat; accordi firmati il 17 dicembre 2015 alla presenza di parlamentari di Tripoli e di Tobruk, sotto l’egida dell’ONU, per la creazione di un “Governo di Accordo Nazionale” (GNA).

Il 66enne ex ufficiale di Gheddafi ha detto: “Accetto, con orgoglio, il mandato del popolo libico per occuparmi del Paese e governare la Libia. Gli accordi firmati in Marocco, a Skhirat, proposti dall’ONU, hanno distrutto la Libia portandola verso insidie pericolose”. Non è però’ chiaro se il parlamento di Tobruk, uno dei firmatari dell’accordo, abbia sottoscritto l’annuncio di Haftar o quale sia il suo ruolo.

Il Paese nordafricano, in balia di una grande instabilità dal 15 febbraio 2011, data di inizio della rivoluzione che portò alla caduta di Muammer Gheddafi nell’ottobre dello stesso anno, non è mai riuscito ad effettuare una transizione democratica.

Gli schieramenti nati dagli accordi di Skhirat vedevano da un lato il governo di Tobruk con il comandante Haftar, sostenuto da Arabia Saudit, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia, Francia, e dall’altro il governo di Tripoli presieduto dal primo ministro Al Serraj riconosciuto dalla comunità internazionale e dall’ONU.

Nell’aprile 2019 Haftar avviò una campagna militare per l’assedio di Tripoli; da quel momento le sue operazioni non si sono mai fermate.

Verso la fine di marzo 2020 il GNA ha avviato un’offensiva, denominata “Tempesta di Pace”, il cui unico scopo è contrastare l’avanzata di Haftar; il comandante dell’esercito dell’LNA è sostenuto da Riyad, Abu Dhabi e il Cairo, proprio a sostegno della condotta sanguinaria di Haftar che corrisponde agli interessi dei tre Paesi arabi; essi infatti condividono l’idea di fondo che ritornare ad una linea autoritaria sia la soluzione per la mancata stabilità del mondo arabo, sulla scia dell’ondata rivoluzionaria del 2011.

Autoproclamarsi Rais (capo-leader) è l’atto disperato di chi è vicino alla sconfitta o una mossa strategica dettata dalla convinzione di non aver più niente da perdere!

Fonti informate riferiscono che il suo “colpo di Stato” si spiega col fatto che stava per essere rovesciato; le tribù che lo sostengono vorrebbero dare pieni poteri al parlamento di Tobruk. I capi tribù lo accusano di aver fatto uccidere i loro giovani nella battaglia per la conquista di Tripoli. La serie di sconfitte degli ultimi 20 giorni, che hanno ridotto la sua fanteria a pochi soldati, ha permesso al governo di Tripoli di riconquistare alcune posizioni e città costiere.

In Libia è in atto una guerra per procura, la forzatura strategica del generale di dichiararsi capo indiscusso va vista nell’ottica di far pressione sui suoi alleati affinchè gli concedano ulteriori sostegno.

La rete televisiva satellitare Al Jazeera rileva che, già nella notte del 28 aprile, funzionari degli Emirati Arabi sono giunti in gran segreto a Khartum, capitale sudanese, con l’obiettivo di cercare mercenari locali da reclutare e inviare a supporto delle forze di Haftar.

In Libia, Paese che funge da porta principale per i migranti africani che sperano di raggiungere l’Europa, ci sono circa 700’000 migranti e rifugiati bloccati ed oltre 370’000 libici sfollati.

L’autorità della Libia orientale del governo di Tobruk ha espulso 1’400 migranti dall’inizio del 2020. Il 27 aprile l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha dichiarato che le deportazioni rappresentano una violazione del diritto internazionale, tali pratiche violano gli obblighi internazionali in materia di diritti umani, che vietano il respingimento (refoulement) e l’espulsione collettiva.

Secondo le informazioni rilasciate dall’ONU, migranti e rifugiati sono stati espulsi e riportati in Sudan, Niger, Ciad e Somalia senza aver avuto accesso all’assistenza legale o ad altri servizi necessari a garantire loro la giusta protezione.

Sullo sfondo della crisi libica c’è la contrapposizione tra i nemici dei Fratelli Mussulmani e i loro sostenitori; il primo gruppo è guidato dall’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi e l’Egitto, mentre dall’altro ci sono il Qatar e la Turchia. Erdogan, appogiando Al Serraj, cerca di garantirsi l’accesso ad una parte dei giacimenti di gas naturale nel mare Mediterraneo, contemporaneamente cerca di impedire lo sviluppo di infrastrutture che portino il gas cipriota e israeliano in Europa, in quanto punta ad accaparrarsi quel mercato.

Questa escalation di combattimenti sanguinosi all’interno della galassia sunnita avviene in piena crisi pandemica e nel mese sacro del Ramadan.

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