La mia vecchia zia e Whatsapp

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Che le persone anziane sofferenti di patologie respiratorie, cardiache o che hanno altre disabilità fisiche e/o mentali fossero tra le più esposte al covid-19 è cosa nota. La loro difficoltà a comprendere e a seguire i consigli igienici sono ulteriori fattori di rischio. Per tutti la maggior possibilità di contrarre il virus sono stati, sono, gli assembramenti, i contatti umani ravvicinati e, a tutto ciò, per gli anziani ospiti delle case di riposo si sommavano le criticità pregresse.

Quelle strutture che sin da subito hanno adottato dispositivi di protezione per gli operatori, definito una sorta di chiusura verso l’esterno proibendo le visite di amici e parenti (quest’ultimo provvedimento è stato molto doloroso perché ha privato gli ospiti del supporto emotivo e pratico sino a suscitare in loro il fantasma dell’abbandono) hanno di fatto meglio protetto le persone che assistono.

Con mia zia novantenne, ricoverata in una struttura per anziani in provincia di Milano, da quasi due mesi ho contatti solo telefonici e, grazie alla disponibilità delle educatrici, con videochiamate WhatsApp. Proprio mia zia, lei che faceva fatica a usare l’apparecchio di casa, quello che per fare il numero dovevi infilare il dito nella rotellina.

In quella struttura si sono adottate misure importanti fin dall’inizio della pandemia, gli ospiti hanno dovuto inevitabilmente adattarsi a vivere circondati da persone mascherate; per nulla semplice ma in quella clinica non vi sono state morti per covid-19. In altre strutture, e sono molte, le cose sono purtroppo andate molto diversamente. Il dott. Hans Henri P. Kluge, direttore regionale dell’OMS per l’Europa, afferma che circa il 50% dei decessi registrati nel nostro continente sono avvenuti tra gli ospiti delle case di riposo (in Italia RSA, Residenze sanitarie Assistite).

Come se non bastasse tutto questo, a differenza che in Canton Ticino, qui, si è dovuto anche far fronte alle scellerate scelte della Regione Lombardia che in piena crisi ha deciso di far trascorrere nelle RSA la quarantena ai malati di Coronavirus che venivano dimessi dagli ospedali anche se ancora positivi perché non avevano più bisogno di cure intensive.

Per fortuna tali scelte sono state attuate solo in minima parte grazie alla indisponibilità delle strutture stesse ad accoglierli e all’opposizione dei parenti dei ricoverati: su questi fatti sta indagando la magistratura. Alle morti per covid-19, dobbiamo aggiungere quelle per le altre patologie di cui sono affetti molti anziani che in situazione normale sarebbero state curate negli ospedali ma a cui nella fase di emergenza è stata negata l’assistenza.

In assoluto la cosa per me più triste da registrare? Senza dubbio il fatto di come un’intera generazione di genitori e nonni stia scomparendo nella quasi totale indifferenza e abbandono. Alcuni parlano di “ageismo”. Perché c’è un termine per tutto, anche per le cose brutte, ovvero la discriminazione che un individuo subisce in base all’età: per i vecchi è proprio così. Del resto – pensiamoci un attimo – da una società che misura tutto in base a come e quanto sei efficiente e prestante, a quanto produci e quanto comperi, cos’altro avremmo potuto aspettaci?

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