L’amore unisce, il virus separa, lo Stato ignora

Di

Una sbarra abbassata, una ramina che prima non c’era, un cancello chiuso. Come in una poesia di Montale, le cose, tangibili e concrete, dicono tutto senza bisogno di parole che squadrino l’animo informe. Parlano di frontiere, rendono reali quelle linee tracciate su una cartina, che per molti circoscrivono, identificano, per tanti altri, invece, separano e dividono. L’inchiostro sulla mappa che diventa cemento armato, filo spinato, reticolato. E di qua e di là restano, divisi e scissi, uomini e donne, anime, cuori, storie lunghe e passioni fresche, che il coronavirus ha unito nella comune separazione.

Sono tantissime le coppie che la chiusura delle frontiere ha diviso nel mondo, tante anche fra Ticino e Italia, fidanzati e fidanzate, senza distinzioni di genere o orientamento sessuale. Persone che, oggi, sono appese a una speranza di una data, a notizie che si rincorrono. C’è chi non vede il proprio compagno dai primi di marzo, chi da ancora prima, chi doveva sposarsi, chi deve spiegare a dei bambini che papà o mamma non può venire. Chi si accontenta di un fugace abbraccio nella zona franca fra le due dogane, o di un contatto di mani dietro una ramina. La Svizzera, da lunedi, ha aperto al ricongiungimento delle coppie sposate o in unione registrata, ma a restare in questa situazione sospesa sono tantissime persone unite da un rapporto che non è messo nero su bianco con una firma sotto, ma ciononostante vive di amore ogni giorno. Concubini, li chiama la legge, con un termine che evoca immagini di lussuria, peccato, lascivia. Persone, li chiamo io, amanti, se vogliamo, nel senso autentico di persone che amano, ma che per gli Stati, dalla Germania all’Italia, alla Spagna, alla Svizzera all’Olanda, non sono nessuno, perché non c’è una firma, non c’è un pezzo di carta. Perché allo Stato, alla burocrazia, l’amore non basta. Non produce, non è da accudire e tutelare.

“Coppie Italia/ Svizzera… E non solo”, così si chiama il gruppo Facebook (privato, per ovvie ragioni), che unisce uomini e donne che vivono questa condizione. Ci si scambiano notizie, informazioni legali utili ma anche solo confidenze, storie di vita, parole di conforto, per non sentirsi soli. Queste sono alcune delle loro storie, raccolte per esprimere come in coro tutta l’angoscia dell’essere sospesi nella totale incertezza su quando si potrà riabbracciare la persona amata dall’altra parte.

Mary: Sono una ragazza ecuadoriana, residente a Genova da oltre 10 anni, in attesa della cittadinanza Italiana . Ho conosciuto il mio fidanzato in Svizzera (Ginevra), lui di nazionalità Colombiana residente in Svizzera da 30 anni . Abbiamo iniziato una relazione a distanza ma ci vedevamo ogni 15 giorni, o lui veniva in Italia o io andavo da lui … l’ultima volta che l’ho visto è stato a febbraio, in Svizzera per San Valentino, avevamo preso la decisione di sposarci e così unirci definitivamente! Così io sono tornata a Genova il 21 di febbraio con l’intenzione di rientrare in Svizzera il 11 marzo, perché un giorno prima, il 10 marzo, avevo l’appuntamento in prefettura per la mia cittadinanza. Arrivato il 10 marzo sono andata per l’appuntamento e già li ho trovato tutto chiuso per il coronavirus, subito mi sono informata e ho sentito in TV che avevano chiuso tutta la Lombardia, ho subito provato ad acquistare un biglietto con FLIXBUS per partire per Ginevra la sera stessa, ma avevano già bloccato tutto e così sono rimasta con le valigie in mano , all’inizio ho pensato che non sarebbe durato tanto e ho cercato di capire la situazione. A fine Marzo sono venuta a sapere che ero incinta di qualche settimana, passavano i giorni e io leggevo nei giornali ogni giorno cose più brutte del tipo che le frontiere sarebbero state chiuse fino a gennaio del prossimo anno ed è li che ho iniziato a sentirmi in depressione, non dormivo, non mangiavo e piangevo tutto il giorno, volevo stare vicino al padre del mio bambino, io sola a Genova senza nessuno, rinchiusa in casa e incinta, svenivo e mi svegliavo che ero per terra da sola. Tutto questa disperazione, ansia e depressione giorni fa mi ha portato ad abortire sempre da sola senza l’aiuto di nessuno al mio fianco! Sono molto depressa, vorrei tanto poter andare in Svizzera dal mio Amore, vorrei che qualcuno ci aiutasse in questo incubo che tanti come me stanno vivendo in questo momento, e nessuno pensa alle coppie non sposate che sono divise da mesi

M.: Io sono a Locarno mentre il mio compagno è a Busto Arsizio. Sto ultimando i documenti di separazione dal mio ex marito, con il quale sono divisa da due anni ma purtroppo, per motivi economici e di studi, condivido il domicilio, abbiamo arrangiato gli spazi come meglio possiamo. Ho aperto il mio studio a Marzo con la speranza che finalmente avrei potuto sistemare la mia vita e quella di mio figlio ( ha 8 anni), per poter avere finalmente una casa tutta mia e poter vedere il mio compagno in libertà, questo vale anche per il mio ex marito. Ma ahimè a Marzo è iniziato tutto, ho dovuto chiudere, quindi niente soldi.. l’AVS non mi ha affiliato non avendo emesso fatture e quindi niente aiuti. A marzo inoltre è stato diagnosticato un tumore al pancreas a mio padre che risiede a Parma e che per colpa delle chiusure non posso rivedere. La chemio lo sta facendo peggiorare e siamo arrivati al punto di dover cercare qualcuno che si occupi di lui.. perché sua figlia non può andare là. Sperando che possa arrivare in fondo al ciclo di chemio. Parlo con i medici ogni giorno e spesso quando è ricoverato mi inviano gli esami. C’è tanta comprensione. Mia mamma invece vive a Como, sola e senza lavoro, causa le chiusure, non mi è possibile andare a darle una mano nemmeno a lei che è appena dietro alla dogana. La mia nonna materna, in casa anziani, ha contratto il Covid e avuto un’ischemia, ci aggiornano telefonicamente ma se dovesse arrivare il peggio, anche lì, non posso andare a darle il mio addio, in quanto è in Italia, appena fuori Como. Il tutto devo affrontarlo senza poter vedere la persona che amo, non ci vediamo dal 8 marzo, mai avrei pensato saremmo arrivati a giugno. Cerchiamo di sentirci spesso per telefono e quando crollo è lui a sostenermi e cercare di tranquillizzarmi. Mi è crollato addosso il mondo in questi due mesi e si fa fatica ad accettare che 60/70 mila frontalieri passino le dogane senza troppi problemi mentre noi, che ci rechiamo ad un singolo domicilio, veniamo considerati “troppa mobilità” dal governo. Siamo persone, esseri umani, privati dei propri affetti come tanti altri. Non abbiamo un pezzo di carta che indica che siamo sposati e questo ci declassifica in quanto “concubini”, perché così siamo stati schifosamente definiti, a non avere diritto di poter vedere i nostri cari. Mi sono rivolta a tutte le autorità in questi termini, sia svizzere che italiane, dal lato elvetico tutti mi hanno risposto, se pure dicendomi che è per il bene ” sanitario” che viene fatto tutto questo. Dal lato italiano ho ricevuto risposta solo dall’ambasciata italiana di Lugano e dall’ufficio delle dogane di Como. Addirittura sarei disposta a fare la quarantena in Italia pur di ricevere un sostegno. Posso assicurare che, in questo periodo, ho dovuto sostenere molte persone al limite psicologico di sopportazione. Posso comprendere tutto, veramente, ma se l’intento è la tutela dei contagi, andare da domicilio a domicilio non vedo come possa aumentarli. Un frontaliere viene qui, lavora, va dalla parrucchiera, dall’estetista, a fare spesa e rientra in Italia dove si reca al proprio domicilio oppure esce in regione a trovare i parenti, in quanto ora è concesso. Fa rabbia vedere come, ancora una volta, l’economia è la base di tutto, forse sarà solo questo a garantire un giorno le aperture, ma nessuno…. Nessuno! Ha dato voce ai sentimenti di pochi. Credo infine, che un pressappoco di date, aiuterebbe la popolazione ad avere speranza, quella che non abbiamo più.

Roberto: Io vivo a Venezia,lei nel Malcantone…59 anni io, 56 anni lei..
Da dieci anni faccio su e giù..per di più lei soffre di SM. Anche se è dura perché partivo il venerdì sera subito dopo il lavoro e ritornavo a casa la domenica sera,si accettava..Ma ragazzi, ora è dura non sapere che ci aspetta..

Helga: Io ho un compagno che ha 51 anni della provincia di Parma. Siamo assieme da 2 anni, il 28 Aprile era il nostro Anniversario, ma abbiamo dovuto festeggiarlo da separati, lui in Italia al lavoro e io qui a Casa in Ticino. Ci vedevamo ogni 2, alle volte anche 3 settimane essendo separato con 2 figlie minorenni che per atto del Tribunale deve vedere un fine settimana Si e uno No, quindi quando non aveva loro veniva da me. Era già successo che non ci vedessimo per 3 settimane per altri motivi, ma questa volta é stata molto dura, ma quando un sentimento è forte da ambo le parti si fa fronte comune e ci si sente grazie alle videochiamate tramite i vari social. Ora, sembra che FORSE per i primi di Giugno le frontiere dovrebbero piano piano RIAPRIRE, la speranza é l’ultima a morire, si dice.

Stefania: Noi abbiamo anche un bambino di 14 mesi oggi..il mio compagno vive in Italia e dopo quaranta giorni è riuscito a venire a vedere il piccolo la scorsa settimana per pochi giorni e facendosi ora due settimane di quarantena. Questo significa che chissà quando potrà venire nuovamente, non potendo assentarsi dal lavoro due settimane per passare un weekend con noi. Senza contare i problemi che ha avuto in uscita ed entrata in Italia

Marcella: Sono fidanzata da 3 anni con un ragazzo che vive vicino a Lugano, mentre io vivo nel focolaio più acceso d’Italia, ovvero Milano città (che bello proprio, vorrei scappare da quanto mi vergogno di essere Milanese). Non ci vediamo dall’8.3 come tutti quanti noi, purtroppo. Per motivi di lavoro di entrambi, ci vedevamo soltanto nei week end, però, insomma, ci accontentavamo. In questo momento mi sento più Svizzera che Italiana in quanto mi sento più rassicurata da loro che dall’Italia. Spero che questa situazione si risolva nei migliori dei modi e che ne usciremo tutti vincitori

Anto: Benché i Km effettivi che mi separano dal mio compagno siano poco più di 20, ultimamente è come se ci fosse il mare di mezzo. Io mi trovo nel Mendrisiotto e lui a Como. Divorziata io e in fase di separazione lui, con tutta una serie però di difficoltà legali che ancora hanno impedito di giungere alla sentenza vera e propria. Io in realtà ho la doppia nazionalità, svizzera e italiana. Eppure il passaporto italiano non mi sta facilitando le cose, perché in ogni caso non mi è possibile varcare il confine senza fare 14 giorni di quarantena in Italia. Ma oltre a lavorare in Svizzera, ho anche due figlie, quindi non posso certo passare il confine e restare in Italia due settimane. Ormai quindi io e il mio compagno non ci vediamo dal 7 marzo, e questa situazione di incertezza non aiuta, perché non è dato sapere quando potremo ritrovarci. Intanto però questi due mesi hanno rafforzato ancora di più il nostro rapporto. Siamo più uniti di prima. E credo dopo due anni e mezzo di poterlo considerare a tutti gli effetti un “affetto stabile”. Se solo Conte permettesse anche ai congiunti oltre confine di rivedersi!

Cristina: Ho 53 anni e il mio compagno abita a Como. Non ci vediamo dal 9 marzo e ad oggi non sappiamo quando tutto questo finirà. Gli Stati ci hanno diviso, hanno deciso loro per noi e a me questo non sta bene! Non siamo in guerra!!! Siamo stati tacciati con il nominativo “concubini” e da qui la dice lunga….non contiamo nulla perché non siamo registrati legalmente. Tutto questo nel 2020 é surreale. Io voglio che i confini vengano riaperti, rivoglio la mia vita! Nessuno ha diritto di fare tutto questo! È uno schifo.

Elisabetta: Abito a Lugano, ho 35 anni, vivo a Lugano, sono separata con 2 bambini, il mio compagno, con cui sto da 2 anni, abita a Bergamo, non ci vediamo da 2 mesi, dal 7 Marzo. Ho provato a chiamare dogane, ufficio permessi, chiunque in modo che potesse venire a fare semplicemente la quarantena qui, non ci saremmo spostati, anche avrebbe potuto darmi una mano con i miei bambini che lo adorano e che chiaramente lo cercano. Ma ogni richiesta è stata liquidata con la solita risposta standard che non ci sono delle necessità particolari. Adesso sta diventando veramente pesante perché non ci prendono in considerazione, per loro siamo niente ma anche noi abbiamo una famiglia anche se non siamo legalmente sposati , abbiamo diritto anche noi di continuare la nostra vita. Speriamo in bene, perché aspettare fino a giugno, come dicono, è veramente dura, anche perché sappiamo che se i casi tornassero a peggiorare la cosa andrebbe ben oltre. Se potessimo avere anche noi un permesso per ricongiungerci con i nostri amori, ben venga.


Ana: Si chiama discriminazione, permettere il ricongiungimento familiare ma non quello di partner non conviventi è pura discriminazione. Io vivo a Milano, il mio compagno a Coira. Come tutti, in questo gruppo, non ci vediamo da più di due mesi. Oggi a causa di un’emergenza sanitaria ormai difficile da giustificare con dati scientifici continuiamo ad essere separati e in più discriminati, come se un pezzo di carta (il matrimonio) garantisse l’immunità dal virus. In Italia permetteranno che le persone tornino ad assistere a funzioni religiose, gruppi di persone in luogo chiuso. Suona come la definizione da dizionario per assembramento. Mentre chi desidera vedere 1 persona, la persona cara non ha diritto di farlo. Quindi oltre alla discriminazione, dal lato svizzero, ci imbattiamo nell’assurdità italiana. È assurdo che tra i diritti inalienabili del cittadino la fede venga prima dell’affetto, supporto e della felicità (per non parlare della libertà di movimento).

Sara: Sono S., fidanzata con S. che vive a Como, siamo separati da più di 2 mesi. Sento che ci hanno dimenticati, o meglio mai considerati. Il lato umano è stato completamente dimenticato, e tutto questo è uno schifo. Ora sta diventando una tortura per noi che abbiamo amori oltre confine. Ho vissuto un periodo terribile per via del coronavirus, ho eseguito 2 volte il test e risulto sempre negativa e anche questo non importa. Ho bisogno del mio compagno, non ce la faccio più a stare separata da lui. Solo oggi l’ho rivisto, dietro una rete.

Simone: Io vivo a Vezia, lei poco dopo Luino. Ci separano circa 20 km e una dogana. Non ci vediamo dal 6 Marzo quando era uscita la prima bozza di chiusura. Al momento eravamo in una cena di famiglia e lei è dovuta scappare nel mezzo della cena a casa, per paura di non poter più rientrare.
Da allora ci vediamo in videochiamata giornalmente più volte ma, ovviamente le cose stanno diventando pesanti e difficili. La cosa che più ci fa arrabbiare è che la Fase 2 italiana consente a gente di spostarsi dal Nord al Sud per tornare dai propri cari e di spostarsi all’interno della propria regione per incontrare i familiari, ma non consente a noi di vedere le proprie fidanzati/e solo perché ci divide una dogana. Noi, che ormai non abbiamo più contagi, siamo considerati più “pericolosi” di qualcuno che si sposta, per esempio, da Bergamo a Milano in treno.

Miriam: Io abito in Lombardia in provincia di Monza-Brianza, ho 51 anni e ho un compagno che abita a Lugano della mia stessa età, è da quando la Lombardia è in zona rossa e ha chiuso le frontiere che non c è modo di potersi incontrare , quindi dal 7 Marzo . Ora, consapevoli della situazione abbiamo affrontato con calma e diligenza tutto quello che ci è giustamente stato imposto di fare . Ma dato che il ricongiungimento è stato concesso ai congiunti qui in Italia e quindi anche ai fidanzati , non vedo perché non è possibile un ricongiungimento anche fuori regione o in questo caso al di là della frontiera . Consapevoli del fatto che il virus c’è, noi chiediamo di vederci come tutte le famiglie e i compagni che qui si possono vedere senza creare assembramenti di nessun tipo .. Ora, la cosa sta diventando lunga e pesante, credo che si debba tenere conto anche dei disagi psicologici che comporta tutto questo, visto che non ci sono date, e questa incertezza del chissà quando è veramente logorante ..

Diceva Camus ne “La Peste”: Il gran desiderio d’un cuore inquieto è di possedere interminabilmente la creatura che ama o di poterla immergere, quando sia venuto il tempo dell’assenza, in un sonno senza sogni che non possa aver termine che col giorno del ricongiungimento. E che questo sonno termini presto, è il desiderio di tutti i cuori inquieti da una parte e dall’altra dei confini, in tutta Europa.

GAS è gratuito, perchè riteniamo fondamentale che il maggior numero di lettori possibile possa avere un’informazione alternativa rispetto alla stampa ufficiale.

Il nostro lavoro, tuttavia, comporta degli investimenti. Abbiamo scelto di non ricorrere alla pubblicità per non “sporcare” il sito con annunci pubblicitari, e mantenere la nostra indipendenza rispetto al mondo imprenditoriale ed economico. Ci sosteniamo solo tramite le adesioni dei nostri soci e le donazioni dei nostri lettori.

Se anche tu vuoi aiutarci ad andare avanti nel nostro lavoro di informazione indipendente e alternativa, puoi contribuire diventando socio di GAS oppure con una donazione libera. Grazie per il tuo supporto.

SOSTIENI GAS NO,GRAZIE!