Libertà di stampa, non sempre è scontata

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Oggi, 3 maggio si celebra il ventisettesimo anniversario della giornata internazionale della libertà di stampa, istituita dall’assemblea generale dell’UNESCO nel 1993, riconosciuta nella Dichiarazione universale dei diritti umani, secondo cui “ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e frontiera”.

Questa giornata è un modo per ricordare i principi basilari della libertà di stampa, di attivarsi per difendere i media che subiscono attacchi e commemorare i giornalisti che hanno perso la vita nel corso del loro lavoro.

È importantissimo il lavoro di media e di giornalisti che indagano la realtà mettendo in discussione, se necessario, anche le autorità.

In molte parti del mondo la stampa subisce la censura, imposta dal potere, che ne limita la libertà di opinione; a volte è sotto attacco in Paesi con democrazie consolidate.

Spesso le aumentate ostilità nei confronti dei giornalisti sono fomentate da leaders politici, vedi Donald Trump, Jair Bolsonaro e Rodrigo Duterte.

Nel 2018 sono stati uccisi 80 giornalisti e nel 2019, secondo l’associazione Reporters Senza Frontiere, sono stati registrati 49 morti, di cui 3 donne.

A livello mondiale i giornalisti in prigione sono 389, in aumento del 12% rispetto al 2018; quasi la metà dei giornalisti reclusi (180) si trova nelle carceri della Cina, dell’Egitto e dell’Arabia Saudita.

La top ten dei Paesi migliori per la libertà di opinione dei giornalisti vede al primo posto la Norvegia, al 2° la Finlandia, al 3° la Svezia, al 4° i Paesi Bassi, al 5° la Danimarca, al 6° la Svizzera, al 7° la Nuova Zelanda, all’8° la Giamaica, al 9° il Belgio e al 10° il Costa Rica.

Stando alla classifica, su 180 nazioni esaminate, i Paesi peggiori per i giornalisti sono: il Turkmenista (180esimo), la Corea del Nord (179esimo), l’Eritrea (178esimo), la Cina (177esimo) e il Vietnam (176esimo).

Gli Stati Uniti si trovano al 88esimo posto e l’Italia al 43esimo.

Israele si trova al 88esimo posto; nel giugno 2018 il parlamento ha approvato una legge che vieta alla stampa, ai fotografi e a chiunque altro di scattare e pubblicare foto e video mentre l’esercito israeliano è in “azione”, pena 5 anni di carcere.

Evidentemente la forza delle immagini smaschera il potere e la ferocia di una guerra coloniale; a causa di ciò l’informazione diventa il principale nemico.

L’Iran, L’Arabia Saudita e La Siria, si trovano rispettivamente al 170esimo, 172esimo e 174esimo posto in una classifica che li colloca tra i peggiori del Medio Oriente.

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