L’omicidio di Giubiasco e noi stessi

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L’omicidio di Giubiasco ci costringe a confrontarci con noi stessi, ancora più del virus. Perché a delle morti distanti e dilazionate nel tempo, ci coglie impreparati e vulnerabili il maglio di un massacro reale, sull’uscio di casa.

Ed è letteralmente nella piazza grande dei giubiaschesi, nel bellissimo e verde slargo del borgo bellinzonese, che si è consumata fino a carbonizzarsi, la fiamma del dramma. Un duplice omicidio e un suicidio, un grande classico in quello che i romanzi di appendice o le riviste del secolo scorso chiamavano “delitto passionale”. Un termine che non dovrebbe avere più asilo, anche se purtroppo non è così, tra i nostri quotidiani.

Una declinazione verbale oggi aborrita da molti, perché sottintende un amore alla base di quella passione.

D’altronde noi veniamo da un secolo in cui, nella legge italiana, il delitto d’onore era ancora tollerato e lo stupro (sempre in Italia) fino a pochi decenni fa, era un reato contro la morale e non contro al persona. Un Paese dove il matrimonio riparatore era ritenuto, a seguito di una violenza carnale, un giusto risarcimento alla famiglia.

E se parliamo di Italia inevitabilmente parliamo di Ticino dove la mentalità, nonostante tutto, è viziata pesantemente dal vicino italico a cui apparteniamo etnograficamente e culturalmente. Ma non c’è per nulla passione in un delitto del genere, se c’era si è corrotta, putrefatta, fino a trasformarsi in un nero grumo di follia e rabbia.

Il dramma di Giubiasco, del poliziotto in pensione che ha sparato alla ex moglie e al compagno di lei, ha lacerato il bucolico tessuto sociale della cittadina bellinzonese, anche perché in paesi così piccoli, si finisce per conoscersi tutti. E allora la tragedia non è una cosa che ci tocca da distante, che ci sfiora , ma infila le sue dita pesanti e brutali a frugare nelle nostre anime, facendo male e riaprendo altre ferite, con le domande e il dolore che si affastellano e giocano una partita per cui non c’è vincitore.

“Non dovrebbero dare le pistole”, “bisognerebbe curarli prima”, “si dovrebbe fare prevenzione…”. Le soluzioni, che vogliono in realtà cercare di ritrovare speranza dove speranza non c’è, si susseguono nelle menti di ognuno di noi. Il punto è che al dramma di una psiche debole e devastata non serve a nulla la prevenzione, il ragionamento o la mancanza di un’arma. Una personalità disturbata, che sostituisce all’amore una passione distorta e malata non è a quel punto più guaribile, non più di quanto lo sia quella di uno sparatore seriale in una scuola del Midwest.

Chiedersi come ci si è arrivati è doveroso, ma dobbiamo anche avere la consapevolezza che certi crimini, almeno oggi e coi mezzi che abbiamo, non possono essere evitati, nonostante le attenzioni, la prevenzione o un maggior controllo sulle armi.

Lo sparatore era un ex poliziotto, e dunque una delle persone più abilitate ad avere un’arma che lo ha accompagnato per decenni in servizio.

Questo non vuol dire arrendersi. Anzi, vuol dire cercare di moltiplicare gli sforzi, anche perché proprio i crimini seriali statunitensi ci insegnano che la maggior parte di essi avviene in Stati che non hanno un serio sistema di monitoraggio dei malati psichici. Impariamo dal virus, impariamo da questo triste fatto, impariamo a migliorare e a mettere la vita della donna e dell’uomo sempre in primo piano. Solo così ci potrà essere una società nuova che vale la pena di essere vissuta.

Solo così le morti di Giubiasco e del virus avranno un senso.

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