Massimo Carlotto, alla ricerca di una «normalità» smarrita

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Con Massimo Carlotto si va alla ricerca di una «normalità» smarrita, magari anche per scelta, dettata semplicemente … dalla vita, dalla sua casualità. Un noir che va oltre il genere, anzi ne fissa nuove coordinate. «La signora del martedì» non è (solo) un bel noir, è un grande romanzo.

No, l’Alligatore non c’è. Rispondiamo subito all’inevitabile domanda che si pongono i numerosi lettori di Massimo Carlotto quando esce un suo nuovo titolo. L’Alligatore Marco Buratti non c’è, ma i temi a lui più cari e sentiti (come la fragilità degli ex-detenuti condannati ingiustamente e la conseguente ossessione per la giustizia) ci sono tutti. E continuano a trafiggere e far pensare il lettore.

Ma veniamo alla storia di questo bel noir, «La signora del martedì», almeno a quello che se ne può dire. La protagonista è la donna del titolo che ogni martedì pomeriggio, e sempre al solito orario, si reca in un alberghetto un po’ equivoco per un appuntamento di quelli che ci possiamo tutti immaginare. Ad attenderla c’è un (quasi ex) pornodivo, oramai prossimo ai titoli di coda. La gestione della pensione, la Lisbona, è nelle mani di un altro personaggio non privo di originalità, un uomo che si veste da donna. Ci si ritrova in una situazione di estrema periferia della società, una sorta di limbo non riconosciuto e negletto. Questo il punto di partenza, poi … poi c’è un’infinita solitudine. Una sensazione che permea ogni pagina delle 200 e passa del volume, uno stato d’animo che scaturisce dall’incapacità di condividere la fatica del vivere in un mondo così complesso. Dunque una questione di intimità (in un noir? Si è mai letto ciò? No… almeno prima di Carlotto!) che in una situazione di estrema marginalità e in crisi di prospettiva diventa tristezza inesauribile agli occhi del lettore. Che sia dettata da prostituzione o da pornografia poco conta, la solitudine di questi personaggi, nonostante la «diversità» ostentata o nascosta, li rende assomiglianti alle persone cosiddette «normali», perbene. Per dirla con le parole dello stesso scrittore: 

«Una sorta di specchio sociale che riflette i limiti dell’attuale sguardo morale, fondato su presupposti inadeguati rispetto alla modernità». 

Non bastasse questa intimità ecco un altro colpo di classe di Carlotto: la centralità del destino, o meglio del «caso». Di solito i gialli trovano soluzione finale in una logica consolatoria. C’è il male, arriva l’eroe che rimette a posto le cose e alla fine ecco il respiro di sollievo. Di solito, e secondo certe regole classiche. Poi c’è la situazione dove il male continua a vivere, o resistere. E ancora la situazione per cui bene e male si fondono e confondono., e … . Qui, ne «La signora del martedì», la soluzione si chiama «casualità», in grado di dominare i destini dei protagonisti. Ovviamente non facciamo spoiler e non riveliamo più del necessario, basti dire che, come sosteneva Honoré de Balzac: «Il caso è il solo legittimo padrone dell’universo: il problema è che non riusciamo a rassegnarci alla sua esistenza e al suo peso nelle nostre vite». Avete presente «Match point» di Woody Allen? Ecco, per rendere l’idea basta il riferimento cinematografico. Al plot vanno aggiunti i patemi di chi deve condurre una doppia vita, i tremendi dilemmi interiori quando il tempo anagrafico presenta il suo conto. Davvero un bel libro, «La signora del martedì». Triste e impietoso perché «giudica noi e il nostro fallace modo di intendere le cose, le sue sfumature». Quindi, duro e necessario. E una riprova dell’appellativo con cui viene chiamato Massimo Carlotto nel «giro del noir» (un ambientino non privo di gelosie e veleni, ammattiamolo): lui, semplicemente, è «il maestro».   

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