Novant’anni e non sentirli

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Di lui Sergio Leone una volta disse: “Clint Eastwood mi piace perché è un attore che ha solo due espressioni: una con il cappello e una senza cappello”. Lui, che del cowboy dallo sguardo di ghiaccio avrebbe fatto il suo biglietto da visita e un’icona ormai entrata nella leggenda, accettò di mollare la serie tivù “Gli uomini della prateria”, di cui era protagonista, per volare in Europa e girare un film con quel regista. Un perfetto sconosciuto che manco parlava inglese.

Fu l’incontro della vita per entrambi. Un’accoppiata vincente che con il proprio lavoro e la cosiddetta “Trilogia del dollaro” ottenne fama e celebrità a livello mondiale. Figlio di un operaio, Clint crescerà tra continui spostamenti. Dieci scuole in dieci anni. “Parlavo poco e vivevo in un mondo tutto mio, l’unica cosa che mi appassionava era la musica“, dirà di lui a proposito di quel periodo. A piacergli ci sono però anche i serpenti, da ragazzo ne aveva 13 in casa, e la recitazione, con la quale poter fare colpo sulle ragazze.

In Italia ci va anche per accontentare la sua prima moglie, Maggie Johnson. Fa esattamente come il personaggio di Leonardo Di Caprio in “C’era una volta a Hollywood” di Tarantino: per dare ossigeno a una carriera che stenta a decollare, lascia Hollywood in cerca di fortuna altrove. Per Clint la buona stella si chiama “Per un pugno di dollari”. Un film che sceglie di girare dopo aver letto la sceneggiatura. È il 1964. Un cappello, un sigaro, un poncho e il gioco è fatto. Una manciata di battute memorabili e il mito è servito.

Dopo Leone al western Clint ci tornerà in più di un’occasione. Come interprete. Insieme a Don Siegel che lo dirigerà anche nella serie in cui indossa i panni dell’ispettore Callaghan. Come regista lo farà ne “Il cavaliere pallido” prima e “Gli spietati” poi, pellicola con la quale vincerà due Oscar pesantissimi. Uno per il miglior film e il secondo per la miglior regia. Sì, perché nel corso della sua lunghissima e inarrestabile carriera Clint sarà attore, regista, produttore cinematografico ma anche compositore. Il suo volto rimarrà comunque per sempre legato alla figura dell’eroe senza macchia in un mondo corrotto. E con il passare del tempo sempre più un eroe del quotidiano, prendendo spunto dalla storie suggeritegli dalla cronaca.

Certo, le sue simpatie politiche, sono da sempre per la destra conservatrice e lui non ne ha mai fatto mistero. Nel 1986 sarà anche eletto sindaco di Carmel in California. Eppure, dai film che seguono la sua consacrazione come regista, da Mystic River” a “Million Dollar Baby”, da “Gran Torino” a “Changeling”, “Sully” e “Sniper” ciò che traspare è soprattutto l’amore profondo per l’uomo che si fa eroe e per l’idea di una frontiera che ci riporta sempre al Far West, alla malinconia di un tempo che trascorre inesorabile, regalandoci ogni volta storie di personaggi tormentati che devono espiare la propria colpa o sono alla ricerca di un qualche tipo di redenzione.

Ecco perché in molti lo hanno spesso paragonato a John Ford. Al maestro per eccellenza del cinema classico a stelle e strisce. E Clint Eastwood, con il regista di “Ombre rosse”, ha davvero molto da spartire, dall’idealismo all’idea di cinema. Tutti ingredienti che nel giorno del suo novantesimo compleanno, ne fanno senza dubbio una delle poche ma reali leggende viventi. Un uomo senza nome che, senza troppe parole, ha saputo scolpire il suo nell’Olimpo della Settima arte.

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