Scuola, che figura!

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La scuola è ricominciata. Il 95% degli allievi ci è andato. Ammettendo anche solo un 2,5% che come da stagione è ammalato, quanti sono oggettivamente in genitori che hanno lasciato i figli a casa? E che figuraccia hanno fatto i “comuni dissidenti” come Locarno o Lugano?

Eh sì, perché di figuraccia si parla davvero. Quando sei sindaco o municipale devi avere davvero il polso della situazione. Devi fare l’interesse della collettività. Qui invece sembra che ci si è fatti irretire dalle sirene, da una percentuale risibile di cittadini, che a ragione o a torto erano spaventati.

I Comuni che remavano contro la riapertura hanno deciso di dare retta a una minoranza, che a conti fatti, anche ammettendo che alcuni possano aver cambiato idea, era veramente esigua. L’impressione è che il timore di andare contro a una parte della cittadinanza, magari non così numerosa ma di certo rumorosa, abbia spinto alcuni per opportunismo a decidere di puntare i piedi invece di avere fiducia nell’autorità superiore.

E spiace dirlo, ma molte rimostranze di sedi scolastiche davano più l’impressione di avere paura di affrontare la fatica della riapertura e di riorganizzare tutto, piuttosto che del contagio. Altri attori sul territorio, e pensiamo per esempio ad educatori che si occupano di disabili, non hanno avuto molta scelta, si sono messi in gioco e adattati. (leggi qui)

Ma soprattutto, nei tafferugli e nelle lagne di molti, si è completamente dimenticato un aspetto fondamentale, ovvero l’aspetto psicologico. L’importanza per i bambini, proprio per recuperare normalità e socialità, di rivedersi, di confortarsi, di riprendere un’esperienza che per molti di loro è unica e fondamentale.

Perché scuola non è solo insegnamento, è crescita, evoluzione, scoperta, è condivisione e comunione coi compagni e i docenti, è un momento di crescita che non tornerà mai più. Non quel momento, non quell’anno, non quel preciso istante che scandisce la fine della scuola e l’inizio dell’estate, in cui spesso il bambino, chiuso in una crisalide, passa da bruco a farfalla. Ridare ai bambini la possibilità di mettere la parola fine all’anno scolastico, senza rimanere in un limbo fino all’autunno, è un regalo che alla fine, anche i genitori recalcitranti, a parte una minoranza insignificante, hanno capito.

Questa storia dovrebbe insegnare ai gestori dei comuni ad avere più senso della collettività e a dare il giusto peso a lamentele che poi ci sono in ogni momento e in ogni situazione. Inoltre, attacchi politici pretestuosi al DECS, parlo soprattutto di Lega e liberali, hanno confuso i cittadini facendo dimenticare che le decisioni erano prese all’unanimità dal Consiglio di Stato in cui erano rappresentati tutti i partiti.

Il can can creatosi intorno a chiusura e apertura delle scuole è stato oggettivamente ingiusto. Il momento e i tempi imponevano delle scelte (non raffazzonate ma frutto della consultazione con esperti federali e cantonali, che alla fin fine non si sono dimostrati così idioti) e delle decisioni che andavano prese. A questo servono un dipartimento e il suo capo. Chiedere di discutere ogni decisione è in questo caso assurdo. Immaginatevi se Vitta dovesse discutere con tutti i suoi contabili o Gobbi con ogni posto di polizia o di dogana.

Però quando si parla di scuola tutti si sentono in dovere di dire la loro e di essere presi in considerazione. Le persone che sono preposte a dirigere si prendono le loro responsabilità. È dopo a cose fatte, vagliando i risultati che si possono trarre conclusioni, senza processi sommari che ultimamente sono diventati la regola, complice anche il virus. Anche perché dopo nessuno chiede scusa ma si fa finta di niente col naso per aria a guardare le nuvole.

Questo è uno di questi casi, una confusione incredibile, gente che pensava di mandare i figli al massacro e poi alla fine dei fatti tutto si risolve in una bolla di sapone. Alle autorità comunali, ricordo alcune cose fondamentali:

  1. Chi protesta farà sempre la voce più grossa di chi è d’accordo.
  2. Chi protesta esprime sempre la sua tesi, chi è d’accordo la maggior parte delle volte no.
  3. Le decisioni non possono essere prese seguendo pressioni popolari, ma vanno fatte per il bene della popolazione tutta, anche se malviste e rischiano di far perdere voti.

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