100 anni e 100 giorni per abbracciarsi

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Sono bugiardo, in realtà la coppia di cui parlo, 100 anni lui, 93 lei, si sono rivisti dopo 101 giorni di separazione. Una delle storie tenere dell’epidemia, una di quelle che ti fanno venire i lucciconi e un po’ te ne vergogni.

La notizia è apparsa sui quotidiani italiani, e si è svolta a pochi passi da noi, nel Milanese.

Guido, 100 anni, era dovuto andare in una casa di riposo a causa di problemi di deambulazione.

Maria avrebbe dovuto seguirlo poco dopo, ma era rimasta bloccata dalle misure di chiusura legate all’epidemia. La separazione si è protratta per tre mesi, mesi di ansie, speranze, angoscia e disillusione.

Avete idea di cosa sia un giorno a quell’età? Ogni minuto, istante, giorno sono preziosi. Ogni momento che la vita ti soffia nelle narici e in gola è un regalo. 70 anni di matrimonio rimanendo insieme, se c’è l’affetto e l’amore, rendono due individui dei simbionti, inseparabili, come i pappagallini o anche i cigni.

101 giorni separati, per Maria e Guido devono essere sembrati un’eternità di paura, la paura di non rivedersi più, la paura di una morte repentina e senza possibilità di nemmeno accompagnare la persona cara nel suo ultimo percorso.

Maria e Guido si sono rivisti. Nella foto entrambi piangono e la mano di lei è dolcemente appoggiata sulla nuca di lui, come una foglia autunnale che cala delicatamente a terra.

E in quell’attimo fuggente, in quell’esplodere di sollievo, c’è la remissione dei tre mesi angusti e crudeli che li hanno allontanati.

A me piace pensare che hanno ricevuto il regalo più grande, a scapito della sofferenza e della paura della separazione. Come il dolore di un parto, che una volta terminato regala la bambina o il bambino alla madre e allora tutto scompare. Rimane la gioia di una nascita, una nascita a 100 anni, un momento di rivalsa quando ogni istante è, come dicevo, regalato.

Guido, nato quando l’Art Nouveau faceva i suoi primi passi, passato attraverso una guerra e altre epidemie, Maria, nata nell’avvento del ventennio fascista, hanno attraversato il secolo passato per approdare al nostro, e come satelliti si sono allontanati nelle orbite indipendenti dalla loro volontà. Il fato benevolo, ha permesso loro di ritrovarsi in una congiunzione che ha permesso di esalare respiri sottili di sollievo centenario, di adagiare le loro anime sotto un’albero e chiudere gli occhi, con la certezza dell’altro vicino.

E se domani arriverà la morte, che non sempre è una nemica crudele, ma a volte una dignitosa accompagnatrice, di sicuro li prenderà in braccio con dolcezza e simpatia, perché nella vita hanno avuto questa loro ultima vittoria, la possibilità di guardarsi negli occhi e dirsi: io sono ancora qui. Noi siamo ancora qui.

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