C’è del razzismo nell’aria?

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I can’t breathe”. Sembra davvero questo il mantra del nostro tempo. Non respiro, non riesco a farlo. Se per via del caldo, del virus o di un ginocchio piantato sul collo è, tutto sommato, un dettaglio. Paradossalmente la conclusione rimane la stessa. Sia che si tratti di surriscaldamento climatico o di razzismo. Pensiamoci. E la causa pure. George Floyd non sarà l’ultima vittima del razzismo che trasuda dalle nostre società. George Floyd non sarà l’ultimo uomo a essere soffocato a morte dal sistema.

Gli Stati Uniti, la terra delle libertà, la culla della democrazia e del capitalismo, poggiano le loro fondamenta di nazione sullo schiavismo. Donne e uomini venduti, usati, umiliati e abusati. Su cui il proprietario aveva diritto di vita e di morte. Su di loro e sulle loro famiglie. E questo mica succedeva qualche millennio fa, al tempo dei Romani. Ancora poche decine di anni orsono, la segregazione tra bianchi e neri era la normale quotidianità in molti Stati d’America.

Ma ancora oggi, come nel caso di George Floyd, i membri della comunità afroamericana, vengono fermati e brutalmente uccisi dalla polizia al bordo di un marciapiede. Perché? Com’è possibile che tutto questo accada? In molte delle nostre democrazie ancora s’annida il germe di un passato coloniale e razzista. Di un tempo in cui c’erano esseri umani che erano trattati come cose. Sfruttati come schiavi. Una condizione che in forme nuove e mai davvero scomparse dalla faccia della Terra continuano a esistere perfino ai giorni nostri. Un po’ diverse nelle forme, ma non nella sostanza.

Ripercorrendo la storia, non c’è stata civiltà umana che nel corso del tempo non abbia contemplato la schiavitù, facendo sì che vi fossero cittadini di serie A e loro simili senza alcun diritto trattati anche peggio delle bestie. Al pari di una merce. Posseduta o venduta, sfruttata e macellata. Privata di qualsiasi dignità. Una vergogna che oggi continua con il lento stillicidio di morti ingiustificate e ingiuste. Di donne e uomini, di bambini uccisi perché colpevoli di avere il colore sbagliato delle pelle. Soffocati a morte. Con un ginocchio a premere sul collo fino a fargli perdere i sensi.

Con un uomo che dovrebbe servire la legge lì a premere anche quando c’è chi lo implora di fermarsi. E invece lui no. Quel poliziotto non smette. Perché gli afroamericani vanno picchiati, minacciati, arrestati. Vanno trattati col pugno di ferro. Questo gli dice la testa. Questo pensa una vasta fetta della popolazione bianca che non ha ancora davvero dimenticato e voltato pagina. Un pregiudizio che non riguarda solo gli afroamericani. Perché il razzismo cresce rigoglioso un po’ ovunque.

Nell’omicidio di George Floyd c’è la matrice di un odio raziale già noto. Lo era ai tempi dell’uccisione di Martin Luther King, nel 1968, con l’allora presidente Nixon che seppe ripetere solo “law and order”, lo è oggi con Trump che ripete le stesse identiche parole. Legge e ordine che variano a dipendenza di chi sei, di quanti soldi hai, di quale sia il colore della tua pelle. Perché nelle democrazie al tempo del capitalismo, ciò che conta è quanti soldi hai per far valere chi sei e cosa vuoi. E davvero poco importa se è legale o meno.

Non sarà una condanna esemplare all’agente o agli agenti incriminati dell’omicidio di George Floyd che farà la differenza. A farla sarà solo una società nuova, in cui respirare sarà lecito e a farlo senza timore potranno essere tutti quanti, perché a governare o far rispettare la legge non ci sarà più chi ancora ha nella testa vecchi retaggi culturali. Solo cambiando radicalmente punto di vista, solo con un progetto che faccia in modo che tutti abbiano le stesse opportunità e gli stessi diritti, potremo un giorno forse sperare di spezzare davvero la catena. Altrimenti saremo sempre e solo ai piedi della scala. E di George Floyd ne moriranno ancora molti altri.