Cinquanta candeline per la buona novella

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Quando scrissi “La buona novella” era il 1969. Si era quindi in piena lotta studentesca e le persone meno attente – che sono poi sempre la maggioranza di noi – compagni, amici, coetanei, considerarono quel disco come anacronistico. Mi dicevano: “Ma come? Noi andiamo a lottare nelle università e fuori dalle università contro abusi e soprusi e tu invece ci vieni a raccontare la storia – che peraltro già conosciamo – della predicazione di Gesù Cristo.” Non avevano capito che in effetti “La buona novella” voleva essere un’allegoria – era una allegoria – che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazareth e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.

Fabrizio De André

Ma scusi, perché questa idea non la propone a Fabrizio De André? Sa, è un periodo che è un po’ in crisi, non sa cosa fare…”, fu un discografico a consigliare, proprio con queste testuali parole, Roberto Dané, facendogli il nome del cantautore genovese. E quello che ne seguì fu la nascita di uno dei lavori più riusciti, se non il migliore di Fabrizio De André che lungo tutto l’arco della sua carriera, ha cantato storie di emarginazione, raccontando la vita dei bassifondi, le difficoltà e i dolori della povera gente. Ha cantato le gesta di un’umanità dolente che della propria sofferenza ha saputo fare tesoro. Di recente Faber è stato addirittura citato da Papa Francesco.

Nella prefazione del libro “Cuarentena – Diario dalla ‘peste’ in una bidonville argentina”, a proposito di questo ”piccolo ma prezioso libro”, Bergoglio confessa che l’opera del giornalista italo-argentino Alver Metalli gli ha fatto tornare alla mente ”i versi di un cantautore italiano, Fabrizio de André, che raccontano di quartieri malfamati dove ‘il sole del buon Dio non dà i suoi raggi’ perché troppo impegnato a ‘scaldar la gente di altri paraggi’. Ecco, questo libro ci fa invece vedere come – attraverso il dono della testimonianza – non ci sia zona, per quanto oscura, dove un raggio del buon Dio non arrivi a riscaldare qualche cuore e illuminare esistenze altrimenti invisibili”.

Un miracolo che ricorda da vicino la genesi e la creazione di questo concept album ispirato ai Vangeli apocrifi e al loro Gesù Cristo decisamente più umano di quello raccontatoci dai quattro evangelisti accreditati dalla Chiesa. Un miracolo compiuto stavolta da un peccatore, ateo e anarchico, capace di avvicinarsi e dare un volto inedito al divino. Di farlo attraverso le suggestioni di quei testi ritenuti sconvenienti, detti apocrifi cioè falsi, non autentici, quegli stessi Vangeli che comprendono e ripercorrono le storie di personaggi “minori” della tradizione evangelica, come i ladroni Dimaco e Tito. Quest’ultimo protagonista della celeberrima ballata intitolata “Il testamento di Tito” che chiude l’album.

Riprendendo, uno per uno, i dieci comandamenti Tito ripercorre la propria vita da ladrone, fino alla struggente conclusione nella quale, di fronte al sacrificio e alla morte di Gesù, dice: “Ma adesso che viene la sera ed il buio, mi toglie il dolore dagli occhi e scivola il sole al di là delle dune a violentare altre notti: io nel vedere quest’uomo che muore, madre, io provo dolore. Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore.”

Perché sia che si tratti di Maria, Giuseppe o qualsiasi altro personaggio biblico, in ogni canzone a essere esplorato è l’aspetto profondamente umano che emerge cristallino e vero. La fragilità di Maria che non è altro che una bimba confrontata con una gravidanza inspiegata e un destino più grande di lei o, ancora, Giuseppe, un vecchio che non può che sentirsi inadeguato e goffo di fronte all’infanzia di Maria. “E lei volò fra le tue braccia come una rondine, e le sue dita come lacrime, dal tuo ciglio alla gola, suggerivano al viso, una volta ignorato, la tenerezza d’un sorriso, un affetto quasi implorato.”

Versi sublimi e precisi, capaci di disegnare di spalancare finestre su mondi che a cinquant’anni esatti di distanza non hanno perso nemmeno un grammo della loro forza evocativa e della loro straordinaria modernità. Ma come mai un anarchico senza orario e senza bandiera come De André si confrontò con la parola del Dio cattolico? La risposta di Faber al riguardo è illuminante tanto quanto lo sono la maggior parte delle sue canzoni: “Non ho voluto inoltrarmi in percorsi, in sentieri, per me difficilmente percorribili, come la metafisica o addirittura la teologia, prima di tutto perché non ci capisco niente; in secondo luogo perché ho sempre pensato che se Dio non esistesse bisognerebbe inventarselo. Il che è esattamente quello che ha fatto l’uomo da quando ha messo piede sulla Terra.”

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