È sbagliato prendersela coi ricchi

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Dopo le esternazioni di Philipp Plein, il famoso e kitschoso stilista con sede a Lugano, che nonostante gli aiuti statali aveva licenziato una trentina di persone, molti si sono scagliati contro di lui e i ricchi.

Capisco l’astio, quando si vedono non solo i ricchi che te lo sbattono in faccia, con la Ferrari dorata o quando li vedi ballare mezzi nudi a bordo piscina su Instagram. Comprensibile. C’è chi si inacidisce ancora di più (a ragione) quando si parla di cifre: 2000 persone al mondo detengono un patrimonio equivalente al 60% della popolazione mondiale.

Ma diciamo cose trite in fondo. Lo sappiamo tutti che i ricchi sfondati ci sono. Poi distinguiamo tra quelli taccagni come Christoph Blocher, che in tutta la sua vita avrà donato 20 franchi al Soccorso Svizzero d’inverno e Bill Gates che ha speso più di 40 miliardi di dollari in beneficenza.

Il punto è che il vero bersaglio non sono i ricchi, ma chi permette loro di esserlo. Non è neanche tanto una colpa la ricchezza in sé.

La storia ci ha tramandato (rari) esempi di ricchi che facevano impresa in maniera etica. Giuro che esistono.

Il punto, e il Covid ce lo ha insegnato, è che lo Stato e cioè noi, dobbiamo mettere delle regole, secondo cui i ricchi devono giocare. Ma lo devono fare tutte le nazioni evitando le scappatoie. Il virus ci ha fatto vedere, soprattutto in Svizzera, cosa sia uno Stato forte, che reagisce immediatamente, dove il privato è andato col piattino in mano a chiedere l’elemosina (oddio, elemosina). I liberisti devono rassegnarsi, in un caso come questo, il libero mercato si è rivelato per quello che è: un sistema arraffone, privo di etica e di strutture atte alla sua sopravvivenza se non parassitando lo Stato.

Ora faranno tutti finta di nulla, invocando di nuovo i tempi pre-Covid. Cercando di nuovo di convincerci che un sistema che ci spreme come limoni facendo trarre profitto a pochi è buono e giusto. No che non è giusto, e i ricchi devono contribuire secondo le loro risorse a far funzionare la baracca anche per quelli che ricchi non sono, anche perché se sono ricchi, come Plein, lo devono anche al lavoro spesso massacrante dei poveri galoppini che corrono da Cannes a Berlino quando lui schiocca le dita. (leggi qui sotto)

Per questo, alla faccia dei Morisoli e dei Pamini, che si inventano scenari storici assurdi, è necessario un controllo dello Stato. È infatti aberrante, su questo siamo tutti d’accordo, che l’azienda di Plein abbia ricevuto gli aiuti statali per il periodo del virus e poi abbia licenziato ventisette persone, cosa che hanno fatto anche altre aziende.

Scucire i soldi per l’economia, da parte del governo, in fondo è stato facile. E siccome è a maggioranza borghese, non lo ha fatto tanto per pietà, quanto per il rischio di veder andare per aria quell’economia che ama tanto, e che non è malvagia in quanto tale, ma in quanto mezzo per gestire mandrie di cittadini-vacche da mungere.

Regole, servono regole. Regole etiche che fino a ieri dicevano fossero comuniste. Perché nell’ultimo secolo, tutto ciò che aveva sapore di giustizia e di uguaglianza era tacciato di comunismo e trattato come un nemico. E noi ci siamo cascati, senza renderci conto che è probabilmente la commistione di un sistema economico sano con regole etiche che funziona, mischiando le due correnti di vita. Come sempre, la verità sta nel mezzo.

Le regole poste dallo Stato all’economia, non sono comuniste e basta, servono a imporre un’etica che sennò è quasi totalmente inesistente. Chiedere al libero mercato di autoregolarsi è come chiedere a un branco di licaoni di non divorare uno gnu succulento.

Sapremo chiedere fortemente allo Stato di porre delle regole? Ne dubito. In poche settimane, il sistema sembra essersi ricreato come il T-1000 di “Terminator, il giorno del giudizio”, il cyborg composto di metallo fluido indistruttibile. E d’altronde delle regole le dovevamo porre anche dopo la crisi dei mutui subprime, e anche lì, le regole si persero affondando in melme oscure senza che più nessuno ne sentisse parlare.

Perché siamo così. Ci inalberiamo nel momento del pericolo e poi in pochissimo tempo ci scordiamo di tutto, quando ci riportano al nostro tran tran quotidiano. E chi ci ha lasciato le penne, per una crisi economica o per il virus, sarà sempre una minoranza, spesso silenziosa e sfiduciata, conscia che nessun cambiamento le ridarà ciò che ha perso.

Per questo servono coraggio, etica, rabbia. Serve mantenere vivo il fuoco dell’indignazione, che non è una parolaccia. Serve capire che certi dogmi devono crollare, che le vacche sacre, sacre non sono, anche se ce lo hanno fatto credere per generazioni.

Con il Covid, lo Stato ha dimostrato di avere il potere e i mezzi per reagire. Imponiamo al nostro Stato di essere, di esistere, di porre delle barriere e di aprire altre strade, sennò tutta l’indignazione che abbiamo messo in campo sarà stata fasulla come un asino di cartapesta.

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