Forza Napoli, perché Napoli merita

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L’altro ieri sera in uno stadio con un pubblico virtuale posticcio, che invero metteva un po’ a disagio, il Napoli con un rigore di Arek Milik ha strappato la Coppa Italia alla Juventus. Sono partite subito le polemiche sull’assembramento di tifosi nelle piazze.

Io un po’ li conosco i napoletani. Ho anche dei parenti nel Beneventano e un figlio che tifa Napoli.

Ho assorbito negli anni la napoletanitudine, che è in realtà un’accozzaglia di correnti che sanno di basilico, pomodoro e gasolio, che attraversano la storia della Magna Grecia fino ad arrivare alle bancarelle americane di seconda mano dei mercati. Il napoletano è duale.

Uno è sereno e pacato, con aplomb da lord inglese, come ci insegnava il compianto Luciano de Crescenzo. Personalità di rara eleganza, riesce a sublimare la napoletanità nei vasi di limoni a Sorrento e nelle ceramiche di Capodimonte, si sdilinquisce sulle scogliere di Capri e recita sonetti alle vivandiere negli antri dei vicoli. Esprime il calore del popolo con lini chiari e impalpabili e con languidi sguardi dolci e calmi come il Tirreno in bonaccia.

L’altro è l’anima sanguigna ed eruttante che rappresenta il popolo, con sentore di sarde e di musso salato, una girandola di emozioni intercambiabili, un guazzabuglio di servilismo e gentilezza, una mina pronta a esplodere alla minima vibrazione. Capace di feroci vendette e di slanci di cuore incredibili. Questa personalità si trascina dietro i rematori delle navi achee e si insinua nei mercati del pesce al porto, saltellando di tetto in finestra, fino ad avvolgere la città.

Il bianco e il nero, lo yin e lo yang partenopei, che descrivono un popolo unico al mondo.

I gioiosi ed euforici assembramenti nelle piazze cittadine, come dicevamo, sono state stigmatizzate da Salvini e dalla Lega (quella stessa Lega che pochi giorni fa si radunava in migliaia di militanti per manifestare a Roma). Salvini, tronfio, ha dichiarato parlando di sé in terza persona, come fanno solo narcisi e psicotici:

“Mi domando dov’era il signor De Luca, quello che voleva usare il bazooka. Siccome hanno rotto le scatole a me per la distanza e la mascherina, qui c’erano molte migliaia di persone. Son contento per loro, ed è un bel segno per Napoli, ma non possono condannare Salvini. Io lascerei più libertà”.

Parlare di Napoli senza cadere nella poesia è arduo. Ma ancora più arduo è trattenere un napoletano quando il Napoli vince. Non c’è nulla che possa fermarlo. Figuriamoci un Salvini che, come molti ricordano, cantava canzoncine razziste proprio sui napoletani.

Covid? Se il Napoli vince il Covid scompare nei vicoli e sotto i cartoni nelle isole della monnezza. Ma di più, se anche ci fosse la peste, vedremmo esanimi contagiati gioire per l’ultima volta la vittoria calcistica di una squadra che è ormai la bandiera di una nazione. Perché Napoli è una nazione.

Di più ancora, se fossimo ai tempi dei nazisti e i napoletani fossero ebrei, scenderebbero comunque in piazza, uscendo dai loro nascondigli, per gridare una gioia belluina che fa accapponare la pelle e che non ha rivali. Un senso di euforia, una droga a buon mercato, un’iniezione di furore che il napoletano incanala, senza consapevolezza, in girotondi e espressioni di giubilo.

Non me ne vogliano i napoletani se ho omesso qualcosa, o se la mia descrizione risente della retorica dell’osservatore esterno. Ho solo cercato di spiegare, da innamorato dei campani, cosa vedo in loro, cosa in fondo tollero bonariamente e cosa gli invidio.

Come diceva Pino, ci lasciamo con un brano, un brano d’amore per la città

E dicamo solo e per ancora una volta, Forza Napoli, anche se tifiamo per altre realtà.

Perché Napoli merita tanta pace e tanto affetto.

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