Galline coraggiose

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Sfido l’orda dei lettori parlando di qualcosa di assolutamente futile, personale e anche un po’ soggettivo. Voglio parlarvi delle galline coraggiose, le spavalde, quelle che osano.

Se siete sopravvissuti all’incipit senza mandarmi al diavolo avete tutto il mio rispetto. Non è facile al giorno d’oggi con il bombardamento mediatico, occuparsi di semplici galline e delle riflessioni di uno svitato sui loro comportamenti. Ma veniamo al sodo (ah ah ah!).

Io, per situazione geografica, mi trovo a passare spesso sul piano di Magadino. All’altezza di Sant’Antonino, c’è un campo con un allevamento di galline. Oddio, a dire la verità è un robo semovente. Una gigantesca roulotte verde per galline. Tutt’intorno al rimorchio, il campo in cui, oggettivamente e sotto la vista di tutti, che possono verificarlo, i pennuti possono garruli e felici razzolare ovunque.


Ma voi mi insegnate che la gallina è animale gregario, ecco allora che cominciamo a scoprire dei comportamenti gallineschi che saltano all’occhio. I primi venti metri intorno alla grossa roulotte sono completamente brulli. Centinaia di galline che con le loro unghiette scavano e rivoltano le zolle hanno lo stesso effetto di un’orda mongola a cavallo. Manco un filo d’erba osa fare capolino. E in effetti, un buon 50% delle galline non si allontana più di 20 /30 metri da casa.

Una percentuale minore si allontana di più e si addentra fra le erbe un po’ più stentate dei dintorni. Oltre quel cerchio l’erba si fa alta e le galline si riducono ancora di più.

È solo in fondo al campo a un buon 100 metri dalla roulotte, vicino alla ramina, che poche spavalde e intrepide arrivano. Io penso che guardino la rete metallica e si dicano: “e adesso? Io voglio andare oltre!”. Sono le galline coraggiose, quelle che ammiro, quelle che sfidano il loro piccolo mondo formato da una roulotte verde e da un centinaio di metri di campo. Sono le esploratrici, quelle che trasmettendo i loro geni, potrebbero far diventare la specie dei gallinacei un’evoluta e dirompente forza della natura.

Esse potrebbero essere capostipiti di un nuovo mondo e di una nuova dominazione di specie.

Ma c’è quella ramina del cazzo. E allora poverine stanno lì, la guardano stralunate per un po’, consce in un lampo che hanno sfiorato qualcosa di grande con quel loro cervellino da gallina. Poi si dimenticano di essere emule di David Livingstone, puntano l’occhio fisso e giallo da velociraptor a terra e con un colpo secco beccuzzano un grillo: “Buono il grillo, ancora grillo”, pensano in preda alla frenesia. Poi ciondolano un po’ ai margini del campo, e quando il sole si fa a picco e troppo insistente, si radunano con le altre centinaia di sorelline sotto l’ombra dell’enorme rimorchio.


Eppure non posso fare a meno di avere un moto di simpatia per quelle galline, e ogni volta che passo sulla direttissima, cerco con lo sguardo le ultime, quelle distanti e vicino alla rete metallica e mormoro tra di me: “coraggiose!”.

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