La cultura della violenza

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Negli Stati Uniti il razzismo affonda le sue profonde radici nella cultura della brutalità, alimentata da agenti che non sono dei tutori dell’ordine, ma bulli di quartiere o giustizieri della notte che in questo modo ci mostrano con la violenza il loro potere e la loro supremazia. Una cultura che, per quanto riguarda i tutori dell’ordine, inizia già nella fase di reclutamento dove vengono addestrati a famigliarizzare coi pieni poteri dell’agente di polizia.

Una cultura della violenza sostenuta dal Pentagono che spende miliardi di dollari per i mezzi militari messi a disposizione della polizia. Senza contare poi come, durante i processi pubblici, il potere della polizia viene di continuo esasperato, chiedendo alle giurie d’immedesimarsi nell’agente e nel pericolo che correva in quel preciso istante. Come sarà immedesimarsi nell’agente con una mano in tasca e il ginocchio che premeva sul collo di George Floyd? Mentre George lentamente smetteva di respirare e quindi di vivere e le persone presenti urlavano a quell’assassino in divisa di fermarsi?

Ad aggiungersi al potere inadeguato, c’è inoltre per ogni agente un’immunità qualificata detta “qualified immunity”, cioè una speciale protezione per quei poliziotti che violano la legge nelle proprie funzioni. Per un ufficiale pubblico è 3,5 volte più probabile vincere una causa civile rispetto a un semplice cittadino. Inoltre non esistono delle vere e proprie condanne ma vi sono dei risarcimenti per le uccisioni cosiddette “accidentali”. Quindi lo sproporzionato potere si aggiunge a una quasi totale impunità.

Non si tratta di farsi la guerra, si tratta solo di gridare al mondo che così non ce la fai più”, dice una manifestante bianca scesa in strada per chiedere giustizia. “Essere nero non dovrebbe equivalere a una sentenza di morte” e “ci sentiamo come se avessimo un bersaglio addosso” affermano due attivisti di colore. Il disagio colpisce indistintamente, toccando soprattutto le frange più deboli della popolazione. Quasi inevitabili gli sporadici atti vandalici condannati anche dagli stessi manifestanti. Intanto, durante gli scontri che alla fine risultano essere delle cariche, a Detroit nel Michigan un manifestante di 19 anni è stato ucciso da un proiettile sparato da un SUV in corsa. Poi altri due morti ammazzati a Chicago. Ma i morti che nel corso delle proteste seguite alla morte di Floyd non si contano. Dopo dieci giorni di proteste il clima è caldo, le armi, acquistabili al supermercato tra frutta e verdura vanno a ruba come il pane. Così, se qualcuno nella confusione spara, qualcun altro muore.

E in tutto ciò il presidente Donald Trump dov’è? Inizialmente nel bunker della Casa Bianca a Washington, a nascondersi e proteggersi dai manifestanti. Poi, violando il primo emendamento sul diritto di manifestare, è a far sgomberare con lacrimogeni e proiettili di gomma la via che porta alla St. John’s Church. Pronto per una passeggiata con la Bibbia in mano, per farsi immortalare attorniato da un codazzo di giornalisti e da un cordone di protezione, evitando accuratamente il dialogo con i manifestanti. Quel dialogo che proprio in questi giorni di fuoco, il presidente di tutti gli americani avrebbe dovuto cercare. Lui no. Pronto casomai a spargere ad arte benzina sul fuoco. Alimentando proprio quella cultura della violenza di cui sopra.

Fedele a se stesso, accompagnato da una dolorosa incapacità al dialogo e da un’assoluta mancanza di empatia, già peraltro dimostrata abbondantemente durante il lockdown dove 100’000 morti non l’hanno scalfito minimamente, se non per apportare alcune piccole modifiche alla sua retorica bellica nei confronti del coronavirus. Spocchioso e tracotante ha un solo scopo: il traguardo presidenziale e sa benissimo che le lobby economiche e l’88% dei repubblicani, nonostante tutto, lo sosterrebbero ancora. Un bieco gioco di forza con gli americani e se questa volta assumerà ancora lui le redini, accompagnato da questo delirio di onnipotenza, a poco saranno valse le morti di questi giorni a scalfire la cultura della violenza su cui si fonda il suo regno insanguinato.

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