L’America che non ci raccontano

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Senza voler essere complottari e cominciare a dire che i media fanno passare una sola realtà, vogliamo ricordare che le proteste statunitensi che sono seguite alla morte di George Floyd, non sono solo incendi e saccheggi.

Molti atti, pensieri, azioni, molti bei gesti, puliti, gentili e costruttivi, passano giocoforza sotto silenzio, surclassati dalle violenze, che fanno di certo più notizia.

È però giusto ricordare alcune situazioni e fatti che possono commuovere o rendere orgogliosi di quel popolo variegato che oggi è in piazza per dire a Donald Trump e a quell’America retrograda, che qualcosa va cambiato.

E allora è giusto parlare non solo dei morti, ma anche dei manifestanti afroamericani che proteggono i poliziotti dall’aggressività di frange violente o che fanno scudo davanti ai negozi per evitare i saccheggi, perché manifestare la propria rabbia non vuol dire devastare tutto, perché le devastazioni fanno il gioco di chi vuole appiccicare un cliché ai neri americani.

È commovente vedere bianchi e neri, come durante le proteste del ’68, uniti e inginocchiati, nel gesto immemore di sfida al presidente varato da Colin Kaepernick, quel gesto così semplice eppure così potente, dove chi si inginocchia solitamente è chi soccombe. (leggi qui sotto)

Qui invece, il gesto di inginocchiarsi diventa non solo sfida, ma fermo arresto di movimento, duro scoglio su cui la rabbia del White Power si infrange come onda schiumosa.

E come non ricordare il film con Tom Cruise, “Nato il 4 luglio”, quando vediamo la foto di questo veterano il cui cartello dice: “Non ho combattuto per questo Paese per vedere i miei fratelli e sorelle nere uccisi in strada” Nel parallelismo della pellicola di Oliver Stone, il reduce invalido del Vietnam Ron Kovic affronta duramente la repressione statunitense delle manifestazioni pacifiste e sposa la causa, rendendosi conto dell’enorme truffa che ha portato 58’000 suoi commilitoni a morire nelle giungle del Sudest asiatico. (vedi il trailer qui sotto)

E fa bene al cuore, vedere quanti poliziotti, in diversi Stati e contee, hanno solidarizzato con la protesta, hanno scelto la via della comprensione al posto di quella del manganello.

Numerose sono le immagini, in cui la polizia si inginocchia insieme ai manifestanti, li abbraccia, marcia con loro, ha gesti di distensione, amicizia e solidarietà.

Anche la Guardia Nazionale, in alcuni casi, è stata riottosa ad eseguire gli ordini del presidente. In questa foto vediamo il tenente colonnello Sam Andrews, della Guardia Nazionale del Minnesota, parlare ai manifestanti, anche lui inginocchiato. “Mi spiace per la sua perdita – ha detto l’ufficiale pronunciando un breve discorso di condoglianze – come cittadino del Minnesota mi dispiace per la perdita di George Floyd”

Notevoli anche gli sforzi di tanta brava gente nel ripulire strade e piazze dopo le manifestazioni, perché la maggior parte del popolo delle proteste è pacifico e coscienzioso.

Viene da pensare, vedendo tutto questo, che forse l’odio è solo una parte di questo cambiamento, che nei semi del male possono sorgere fiori benevoli e luminosi, che c’è una parte degli Stati Uniti, come c’è sempre stata, comprensiva, aperta e sensibile, che in questi giorni fa sentire la propria voce. E viene da pensare allora, che dai tempi del primo diritto di voto ai neri, nel 1865, come raccontato nel mirabile film di Gary Ross “Free state of jones” (guarda il trailer qui sotto) tanta strada dolorosa si è fatta, una strada di lacrime che ha portato alla morte di George Floyd, una morte forse, e per una volta, non completamente inutile.

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