Le piante al potere

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C’è chi sostiene che il lockdown appena trascorso ci abbia fatto riscoprire cose che non ricordavamo più o che semplicemente non riuscivamo più a vedere a causa di uno stile di vita che non lasciava spazio all’osservazione del mondo circostante, rendendoci ciechi ad alcuni fenomeni. Non so se sia davvero andata così, soprattutto pensando al regno vegetale. Davvero il confino forzato, le passeggiate nei boschi e il tempo avuto per pensare, ci ha permesso di riscoprire il verde che ci sta attorno, con il quale conviviamo, ma che da millenni continuiamo a ignorare?

La gramigna dell’indifferenza

Recentemente, in uno dei miei viaggi sonori con l’ausilio di un audiolibro, mi sono imbattuta in un’interessante conferenza del neurobiologo italiano Stefano Mancuso che parlava dell’intelligenza delle piante e della nostra cecità nei loro confronti. Fenomeno definito come “Plant blindness”. Ne sono rimasta affascinata. Le sue parole mi hanno fatto riflettere sulla nostra effettiva cecità, non solo nei confronti delle piante, ma nei più svariati ambiti. Una cecità che spesso si trasforma in una malattia difficile da debellare e in continua e drammatica evoluzione. L’indifferenza.

Quelle erbacce nella testa

L’incapacità di vedere le piante nell’ambiente circostante, con la conseguenza di non riuscire a riconoscere la loro importanza per l’uomo, per gli altri animali che vivono sul nostro stesso Pianeta e per la biosfera è un fenomeno di origine cognitiva definito “Plant blindness”. La definizione risale al 1998 ed è il frutto di anni di approfondite ricerche fatte da alcuni ricercatori dell’Università della Louisiana sulla nostra incapacità di vedere le piante o riconoscere la loro importanza, semplicemente ignorandola. Così come ne ignoriamo il ruolo biologico centrale nella vita sulla Terra. Lo studio e i relativi risultati hanno reso consapevoli del fenomeno migliaia di studenti americani. Insomma, più il concetto è banale, più sembra essere difficile da capire. Al punto di vivere nella più oscura cecità e nell’indifferenza di fronte al regno vegetale – la maggior presenza vivente – con una percezione falsata della realtà, che ci fa considerare quello animale, come l’unico davvero importante.

Presenza non gradita

Troppo spesso ci siamo sentiti padroni in Terra, alterando o sfregiando il volto di ciò che, in generale, ci circonda e della natura in particolare. Un atteggiamento arrogante verso un Pianeta che tutt’al più ci è stato dato momentaneamente in custodia per poi essere passato alle future generazioni. Senza averlo, sgualcito o consumato troppo e, di certo, non perché ci appartiene al punto di poterne fare ciò che vogliamo senza guardare in faccia nessuno. Eppure noi non facciamo altro che soddisfare le nostre esigenze del momento, senza preoccuparci delle conseguenze a lungo termine. Anche se ciechi per scelta di fronte al disastro, per non dover ammettere le colpe di noi uomini piccoli piccoli, ciò che ci aspetta, il modo con cui abbiamo ferito e sfigurato la Natura, è davanti ai nostri occhi. Perché piccoli uomini? Piccoli e pochi, se consideriamo che il mondo animale, uomini compresi, costituisce lo 0,3%, un’esigua parte se si pensa che per ben l’85% la vita sulla Terra è costituita da alberi e il rimanente da funghi e licheni. Una delusione grande per la visione antropocentrica che l’uomo ha della realtà che lo circonda, un’attitudine che caratterizza la modernità e che si manifesta con l’atteggiamento del “di tutto il resto chi se ne frega”.

Ciechi e narcisi

Ma perché l’uomo non vede le piante? O meglio, perché le ignora bellamente? In fondo sono loro a essere la nostra sorgente di vita e non il contrario. L’essere umano è troppo spesso rivolto, concentrato su se stesso, manco fosse lui il centro dell’Universo. No, attorno a noi c’è un gigante verde e silenzioso al quale diamo attenzione solo quando ci troviamo di fronte a eventi straordinari, come i devastanti incendi delle foreste o quando gli alberi secolari delle nostre città li si deve difendere dal taglio, magari con una petizione o un sit-in. Tutto il resto è buio e a noi sconosciuto. Da qui la nostra cecità.

Compagni di viaggio nel tempo

Questa poca considerazione e l’invisibilità del regno vegetale affonda le sue radici nel passato. Quando eravamo agli albori della civiltà umana e l’uomo, in competizione per la sua sopravvivenza con altre specie animali, non doveva temere granchè dal mondo vegetale. Viveva indisturbato nelle foreste, nutrendosi di frutta, tuberi, foglie, e radici e questo universo verde era una presenza gradevole e indispensabile. Vivevamo in simbiosi, in un perfetto meccanismo in cui noi, da parassiti, avevamo le piante che ci offrivano tutto, anche il loro principale scarto, l’ossigeno, affinché potessimo respirare oltre che nutrirci e vivere.

Accompagnati da un silenzio assordante

In questi ultimi secoli, con la popolazione mondiale che è letteralmente esplosa, l’attenzione per la salvaguardia di diverse specie animali è sempre molto alta, in pochi invece sanno che una specie vegetale su otto è a rischio estinzione. Le due cose sono tra l’altro correlate e la vita animale è totalmente dipendente dalle piante. Sono passati millenni, abbiamo alle spalle diverse ere glaciali, siamo sopravvissuti a più d’una pandemia eppure la nostra cecità persiste. In maniera sempre più marcata, avvolta da un silenzio assordante.

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