Libertà o mappatura genetica?

Di

Fin dall’antichità, ad aver dato una grossa mano all’uomo nell’esplorazione della Terra prima e dello Spazio poi, ci hanno pensato le cartine e le mappe geografiche. In passato, a dimostrare il prestigio e la potenza di un regno o di uno Stato c’erano proprio le conoscenze geografiche e i dati raccolti nel corso delle molte esplorazioni.

Informazioni che, poi, cartografi esperti fissavano su pelli, pergamene o carta. Un tempo possedere un mappamondo aveva un significato che andava ben oltre l’oggetto in sé. Per certi versi significava avere la chiave per possedere il mondo.

Oggi la Cina sta facendo esattamente la stessa cosa con la creazione di un database, di una mappatura del DNA maschile. Invece di raccogliere dati cartografici, la nuova frontiera e l’ultimo territorio da esplorare, conquistare e possedere è quello del profilo genetico umano dei propri cittadini.

Grazie ai campioni di sangue raccolti tra la popolazione maschile, senza distinzione di età, in tutto il Paese si sta poco alla volta creando una mappa, una rete d’informazioni sensibili. Il governo cinese ha giustificato la cosa dicendo che questi dati potrebbe tornare utili per identificare e neutralizzare i criminali.

Il progetto ha visto la luce alla fine del 2017 e ha portato in breve tempo la Cina a possedere la più grande mappa di materiale genetico al mondo, circa 80 milioni di profili corrispondenti al 5-10 per cento della popolazione. Quanto basta per avere sotto controllo tutti i maschi, perché il singolo campione di DNA permette di risalire e ricavare l’identità genetica di molti altri individui.

Nel Paese, sulle implicazioni e i rischi che questa schedatura obbligatoria comporta, c’è pochissima informazione. E in molti temono che un database di questa portata, nelle mani del governo cinese, possa essere usato impropriamente. Più d’un’inchiesta giornalistica, ha rivelato come questa mappatura coinvolgesse anche campioni di DNA di persone appartenenti alla comunità musulmana degli Uiguri.

Una minoranza che vive nella regione dello Xinjiang, oggetto di sistematiche azioni di repressione con tanto di campi di rieducazione paragonabili a dei veri e propri lager. Come se non bastasse, gli attivisti per i diritti umani, sostengono che la raccolta dei dati spesso avviene senza il consenso dei diretti interessati, anche se la polizia sostiene ovviamente l’esatto contrario.

Da molte parti ci si chiede in che modo un database di questa portata, che mette nelle mani delle autorità cinesi poteri senza precedenti, verrà realmente utilizzato. Sappiamo benissimo come ogni sistema di controllo, in realtà, possa poi rivelarsi anche come un formidabile strumento di repressione.

Potrebbe servire, ad esempio, a colpire le famiglie e i parenti dei dissidenti e degli attivisti mal visti dal governo. Oppure, nella peggiore delle ipotesi, il DNA di un oppositore politico potrebbe spuntare come prova schiacciante sulla scena di un crimine. Ecco perché l’uso improprio o la manipolazione di una mappatura di questo genere, non potrà che incidere pesantemente sulla libertà di ognuno di noi.