Naufraghi, sopravvissuti perché uniti

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Nel giugno del 1965 sei ragazzi adolescenti che studiavano in un collegio di Nuku‘alofa sull’isola di Tonga, nel Sud del Pacifico, decisero di rubare la barca di un pescatore per farsi un giro nel bel mezzo dell’oceano e magari pescare qualcosa. Insomma, per intenderci stiamo parlando di una di quelle bravate che una volta adulti fanno brillare gli occhi di nostalgia a chi le racconta, avendole le vissute in prima persona. Un’avventura che però finì per sfuggir loro di mano, perché di lì a poco si trovarono in mare, alla deriva, con appena due caschi di banane e qualche noce di cocco da mangiare. Un viaggio a dir poco temerario, intrapreso senza avere neppure una bussola o una carta nautica.

Mano, Sione, Stephen, Kolo, David e Luke – il più giovane aveva 13 anni, il più grande 16 – andarono per diversi giorni alla deriva e finirono su un’isola disabitata. Erano senza cibo né acqua. Eppure se la cavarono. Nel frattempo, a Tonga, dopo una settimana di inutili ricerche, furono ufficialmente celebrati i loro funerali. Intanto i sei, a bordo del peschereccio con le vele squarciate e il timone rotto, all’ottavo giorno di mare avvistarono un’isola. Anzi, più che un’isola, si trattava di un ammasso di rocce che da quel momento divenne per più di un anno la loro casa.

E qui sta il bello. I sei avrebbero potuto replicare le dinamiche de “Il signore delle mosche”, il più celebre romanzo, nonché la prova d’esordio, dello scrittore inglese William Golding, Premio Nobel per la letteratura nel 1983. Invece, al contrario dei protagonisti del romanzo che racconta di un gruppo di ragazzi britannici bloccati su un’isola disabitata e del loro disastroso tentativo di autogovernarsi, i sei naufraghi tongani seppero collaborare tra loro al punto che, a 15 mesi di distanza, quando vennero ritrovati, erano tutti in salute e ben nutriti.

Erano finiti sull’isola di ‘Ata, diverse decine di chilometri a sud rispetto all’isola da cui erano partiti. Era ormai disabitata, da circa un secolo. A salvare i ragazzi fu lo spirito di collaborazione, di cooperazione pacifica che permise loro di unire le forze e rendere in soggiorno in un luogo sperduto e inospitale meno drammatico di quanto già non fosse. In pratica, pensando ai giorni nostri, fu una lezione del fatto che di fronte a un obiettivo comune com’è quello della sopravvivenza, di fronte a un pericolo che riguarda tutti, la strategia più efficace non è certo quella di un agire egoistico e solitario. Una lezione che parla a chi, come Trump, ha già applicato il suo “America first” perfino al vaccino del coronavirus.

Tra loro ci fu chi assunse il ruolo di leader e seppe affrontare situazioni non sempre semplici come la suddivisione dei compiti e del lavoro da fare ma anche, a un certo punto, la rottura di una gamba di uno dei ragazzi del gruppo. Riuscirono perfino ad accendere un fuoco che rimase acceso senza spegnersi mai, grazie alla collaborazione di tutti. Ad accorgersi di loro e a salvarli, l’11 settembre del 1966, fu l’australiano Peter Warner, con il pallino della pesca dei gamberi. Stava navigando nei paraggi, quando vide del fumo che arriva dall’isola.

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