Nell’era del neofeudalesimo

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Un neofeudalesimo si fa strada. Un’interessante teoria che vede il nostro mondo sempre più digitalizzato, ripetere schemi del passato medioevale

Possiamo sintetizzare l’evoluzione del modello economico e sociale degli ultimi 40 anni in questo modo: netto peggioramento della distribuzione del reddito e aumento della povertà relativa, riduzione del ruolo dello Stato, parziale smantellamento dello stato sociale (con differenze tra Paese e Paese), forte riduzione delle progressività delle aliquote fiscali ma aumento significativo dei balzelli , finanziarizzazione dell’economia, precarizzazione del lavoro e forte aumento dei lavori atipici, terziarizzazione del sistema economico, delocalizzazione della produzione, incremento dell’indebitamento soprattutto privato, forte contrazione del processo democratico e aumento degli estremismi, impoverimento dell’istruzione e della cultura.

La lista naturalmente non è esaustiva, ma il problema è un altro: come definire questo processo involutivo o evolutivo (a dipendenza dai punti vista)? La definizione più scontata è liberismo o meglio ancora neoliberismo, sdoganati con l’arrivo al potere di Reagan e della Thatcher, ma con radici teoriche profonde, anche se è una definizione parziale che non soddisfa pienamente.

Jodi Dean, una politologa americana, avanza una spiegazione interessante, seppure non nuova, parlando di neofeudalesimo (Internazionale, n. 1362). Le sue argomentazioni sono complesse ma possiamo sintetizzare partendo dalla famosa metafora di Marx sul ruolo del mulino nel passaggio all’era industriale. Scrive la Dean: “I contadini erano obbligati a macinare il grano nel mulino del loro signore, servizio per il quale dovevano pagare. Perciò non solo lavoravano terre che non possedevano, ma vivevano in condizioni nelle quali il feudatario era, come dice Marx, ‘signore e padrone del processo di produzione e dell’intera vita sociale’. Diversamente dal capitalista, il cui profitto è il valore aggiunto generato dai lavoratori salariati con la produzione di beni, il signore feudale trae profitto dal monopolio, dalla coercizione e dalle concessioni”.

Secondo Dean “le piattaforme digitali sono i nuovi mulini, i loro proprietari miliardari sono i nuovi signori feudali e le migliaia di lavoratori e i miliardi di utenti sono i nuovi contadini”. Il loro successo si basa sull’utilizzo di una forza lavoro limitata, ma possono beneficiare di un bacino infinito di utenti che forniscono loro gratuitamente una quantità immensa di dati che possono far fruttare vendendoli anche ai governi, che altrimenti non potrebbero accedervi perché non rispettano le leggi democratiche. Governi che sono succubi di queste poche e immense aziende, e alle quali concedono tutto o quasi, compreso il diritto di non pagare tasse. E come i tributi feudali, le loro agevolazioni fiscali tolgono soldi alla comunità, che così si indebita sempre di più e si impoverisce, creando una società divisa tra molti poveri e pochissimi miliardari.

Un esempio evidente è quello di Airbnb, che genera utili miliardari senza possedere nulla, “ma che contribuisce ad aumentare gli affitti e i prezzi degli immobili, fa sparire dai quartieri gli appartamenti abbordabili, i piccoli negozi e le persone a basso reddito” costringendoli a spostarsi nelle periferie, dove le loro condizioni di vita non possono che peggiorare.

L’analisi del neofeudalesimo è chiaramente più complessa e articolata, ma il senso è chiaro. L’evoluzione del neoliberismo non è stato un processo positivo per l’umanità, come vorrebbero farci credere i suoi sostenitori. In realtà ci ha portato a una condizione dove l’accumulazione del capitale nelle mani di poche persone grazie, fondamentalmente, alla dismissione del ruolo dello Stato, ha comportato una precarizzazione della maggioranza silenziosa (come già sosteneva Jean Baudrillard) che, a differenza delle generazioni precedenti, ha ben poche possibilità di vedere un miglioramento delle sue condizioni di vita economiche e sociali.

Il feudalesimo, pur con tutte le sue differenze, era basato sul potere verticale, il neofeudalesimo è più complesso. Da una parte dà l’immagine della democratizzazione globale attraverso la Rete; posso mettere Like (o valutazioni) a qualsiasi cosa in totale libertà, che però è solo apparente. Dall’altra ha eliminato le interazioni democratiche costruttive che sono tali solo quando scaturiscono da un processo di evoluzione dialettico complesso, e non dall’immagine effimera e superficiale di tweet o un post

La politica è impotente. La destra reagisce puntando sul nazionalismo e il protezionismo e la sinistra continua a mirare a un ipotetico compromesso tra lavoro e capitale, che ha funzionato solo nel trentennio del dopo seconda guerra mondiale. Entrambe sono soluzioni perdenti e non si intravvedono soluzioni. Forse una soluzione potrebbe essere di ricominciare a costruire una democrazia dal basso, ma purtroppo (perlomeno questa è la mia impressione) non esistono più i presupposti culturali (in senso lato) per simile processo.