Non c’è cover che tenga!

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Sarà capitato anche a voi di avere una musica in testa, di aver ascoltato una canzone pensando che si trattasse di una composizione originale e invece no, era una cover. Cioè il rifacimento, la reinterpretazione di un brano del passato, il più delle volte finito nel dimenticatoio, se non addirittura assolutamente sconosciuto. La cover può così risultare come un nobile omaggio nei confronti di un artista dal repertorio ormai “impolverato”, oppure ancora come una mera operazione commerciale.

Ma talvolta, ahimé, la cosa può davvero sfuggire di mano e sfociare nel peccato grave se non addirittura in un crimine punibile penalmente. Canzoni che, quando vengono tradotte in italiano, si rivelano come il peggior insulto alla lingua di Dante e alla poesia, oltre che un abuso della composizione originale. Un’inutile violenza ai danni delle nostre orecchie e del buongusto.

Forse anche per questa ragione l’inglese to cover corrisponde all’italiano “coprire”. Perché utilizzare questo verbo per riferirsi alla riproposizione di un brano già edito? Forse perché certe vergogne vanno davvero coperte, sepolte. Rispedite all’inferno da cui sono state partorite. Pensate che si tratti di un’esagerazione? A voi giudicare.

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