Non svegliarci, Alex!

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È successo di nuovo.

Come nel 2001.

Ancora una volta quell’elisoccorso che si alza in volo e trasporta lui, Alex Zanardi, in condizioni gravissime, verso l’ospedale.

Zanardi era a bordo della sua handbike, sulla Statale 146, tra Pienza e San Quirico d’Orcia.
Stava correndo una tappa del tour “Obiettivo tricolore” quando è finito dritto contro un mezzo pesante, in circostanze ancora tutte da chiarire.

Una scena così drammaticamente simile a quella che, diciannove anni fa, in Germania, sempre durante una corsa, questa volta in auto, gli aveva tranciato di netto le gambe.

Da quel momento in poi nessuno in Italia – e forse nel mondo – è stato così testardamente e tenacemente simbolo di forza, coraggio, talento, successo, resistenza, limiti spinti fino all’estremo. Sempre. Quasi come un’ossessione. Una sfida personale con la vita e col tempo, come se dovesse recuperare quello perduto.

Per questo oggi fa così male sapere che su quell’elicottero c’è lui. Perché quelli come Zanardi a un certo punto ti illudono di essere immortali. E finisci che ci credi pure. Come in una favola.

Non svegliarci, Alex, maledizione.
Le favole vanno sempre a finire bene.

Lorenzo Tosa

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