Quando la buona scrittura si vede

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La robustezza della scrittura di una serie TV la puoi valutare da certe svolte e da come vengono gestite dagli sceneggiatori. Ho seguito le prime due stagioni di Colony su Netflix con piacere: non mi aspettavo niente, tutto sommato è una serie di fantascienza di seconda categoria. Ma da subito avevo notato una certa radicalità delle scelte narrative. Colony è prima di tutto una serie politica, che pone il dilemma etico tra resistere alla dittatura o adeguarvisi.

E fin dall’inizio sceglie di impersonare queste due scelte in due membri di una stessa famiglia, marito e moglie, Will e Katie. La seconda decide molto prima del marito di aderire alla resistenza, il quale crede di poter scendere a patti con l’occupazione per difendere la famiglia e i figli dalla violenza. Katie invece decide di imbracciare le armi, inizialmente di nascosto dal marito, fino a convincerlo a fare una scelta più radicale.

Al contrario di molte altre serie di fantascienza americane che hanno – come questa – al centro una famiglia, gli sceneggiatori qui non scelgono la strada dei buoni sentimenti, ma prendono parte per una posizione che – tra l’altro – è impersonata coerentemente da una madre che esce dagli schemi ristretti riservati alla donna, soprattutto in questo tipo di serie.

D’ora in poi sarà lei a guidare la famiglia nel tentativo di combattere l’occupazione, una specie di commissario politico che riesce a essere “dura mantenendo la tenerezza” (come diceva il “Che”).

Francamente non mi aspettavo ci sarebbe stata una terza stagione: poco seguito, tanta concorrenza (si pensi a “The man in the high castle” di Amazon, che ha un tema molto simile, anche se un’ambientazione molto diversa). Invece è arrivata e ha portato tutta una serie di “twist” nella narrazione che provano la presenza di sceneggiatori di qualità.

C’è un momento, però, nel quale questa qualità viene messa alla prova.

Nelle serie più cheap quando muore un personaggio importante, tanto più se è un membro della famiglia (il tema della famiglia è al centro di tantissime serie TV americane di fantascienza, si pensi a “Defiance”) la gestione del lutto, il tempo per digerirlo e le sue conseguenze devastanti devono fare i conti con la necessità di portare avanti la storia.

Il lutto è noioso, ma non tenere in considerazione il dolore che provoca rende la serie poco credibile. “Mi è morto il figlio nella puntata precedente ma nella puntata successiva combatto gli alieni cattivi come se nulla fosse successo e faccio anche qualche battuta”.

Nel caso della terza stagione di Colony gli sceneggiatori hanno scelto coraggiosamente di fare morire un membro importante della famiglia Bowman, ma dovevano poi gestire le conseguenze di questo evento, mostrandone gli effetti devastanti sul resto della famiglia senza però interrompere lo sviluppo degli eventi. Ci sono riusciti, secondo me in modo convincente.

Colony è la prova che si può fare bene con dei bravi sceneggiatori e con delle storie ben costruite.

Un paragone può essere fatto con una serie meno recente, “Falling skies”, che ha un tema simile: una famiglia che aderisce alla resistenza contro gli alieni che hanno invaso il pianeta. Cinque stagioni deliranti, dagli sviluppi privi di qualsiasi coerenza, noiose e ridicole.

Un’altra serie dalle tematiche simili è “The man in the high castle”, che si differenzia da Colony per i grandi mezzi messi in campo dalla produzione, da un’ambientazione molto ben riuscita e da un livello della recitazione altissimo. Al contrario questo aspetto in Colony è più debole: i due attori principali non sono straordinari. Ma mentre la serie di Amazon indugia in un racconto lunghissimo, a volte inconsistente, Colony propone un racconto più depurato, senza troppe inutili smancerie.

Resta una serie di seconda categoria, ma non c’è dubbio che rispetto a prodotti con mezzi ben maggiori, come l’ultimo Star Trek (inguardabile) o “The Mandalorian” (inutile), Colony offra allo spettatore una storia più godibile e interessante.

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