Quei sogni soffocati nella violenza

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Quell’“I have a dream”, lasciatoci in eredità dal reverendo Martin Luther King, è ciò che stanno ripetendo e a cui si sono aggrappati ragazzi, studenti, gente senza età di qualsiasi etnia e in alcuni casi perfino agenti di polizia, in questi giorni di poteste anche violente per le strade di tutta America.

La protesta non ha età

Io sono rientrata da New York a marzo. Fossi ancora là, sarei in piazza a manifestare contro l’ingiustizia e l’assoluta mancanza di libertà che quanto è accaduto ed è stato documentato purtroppo significa. Emblematica è la vignetta che raffigura il presidente Donald Trump mentre infligge lo stesso trattamento toccato a George Floyd alla Statua della Libertà. 

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Un senso di frustrazione e d’impotenza che hanno scatenato l’attuale rivolta in corso per le strade di New York e di molte altre città degli Stati Uniti. E ora anche in tutto il resto del mondo. Le stesse strade in cui vedevo ogni giorno giovani andare a scuola, persone affrettarsi per non perdere la metropolitana. I sogni dei nostri giovani e quelli di tutti coloro che hanno degli ideali, prospettive di un futuro diverso sono stati irrimediabilmente calpestati. Soffocati nel sangue.

On the road again

Ma, eccola, l’altra faccia della medaglia di una realtà sempre più spezzata in due. Gente di ogni età, colore e provenienza in strada a chiedere di smetterla col razzismo, con la politica repressiva e il divario tra ricchi e poveri. Urlano la loro rabbia e rivendicano i loro diritti. Perlopiù in modo pacifico. Quei manifestanti che Trump vorrebbe “in carcere per almeno dieci anni” o quei governatori che non intervengono e quindi, sempre secondo il presidente, sarebbero forse da considerarsi come degli “idioti”, ma che in realtà sono gli unici anticorpi di un virus che si chiama America. Perché a tutto c’è un limite e quel limite è stato abbondantemente superato con la morte di George Floyd. L’ennesimo triste simbolo dell’american way of life. Soltanto l’ultima delle 26’000 uccisioni dal 2000 a oggi, avvenuta per mano della polizia e che, se non ci fossero le immagini a testimoniare la barbarie, sarebbe probabilmente rientrata sotto il cappello di “omicidio giustificato”, “legittima difesa” o “tragico incidente”. 

La voce dello sdegno

Negli anni ’60 le associazioni per l’emancipazione dei neri erano composte al 50% da bianchi attivisti liberal progressisti. Fra loro anche Bernie Sanders. Poi con la politica di Nixon è diminuito l’impegno per la causa, ma ora c’è di nuovo una mobilitazione e le proteste contro le ingiustizie si fanno sentire. Negli anni Novanta Rudolph Giuliani, sindaco di New York dal 1994 al 2001, con il motto “tolleranza zero”, colpì la piccola criminalità nella Grande Mela per combattere la violenza della metropoli, dimenticandosi però di quella prodotta dagli agenti stessi. Ora le proteste sono strutturate e coordinate da “Silence is violence” e dal movimento “Black Lives Matter”, che tradotto significa le vite nere contano, movimento nato nel 2013 in seguito all’assoluzione di George Zimmermann, l’agente che uccise il diciassettenne Trayvo a Ferguson nel 2012.

L’abisso di un disagio sociale 

La morte di Floyd è stata la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso, quel vaso di Pandora che qualcuno tiene ben sigillato. In modo che non si scoperchi mai. Come già era accaduto in passato, a essere stato calpestato è quel senso di giustizia che dovrebbe essere parte integrante di uno Stato che si dichiari civile. L’esasperazione per il disagio sociale ed economico che si respira a ogni angolo, è inevitabilmente esplosa con la crisi del coronavirus, mettendo in luce la disparità di trattamento, con le classi medio-basse e le minoranze etniche a lavorare in pessime condizioni igienico-sanitarie, con il rischio di ammalarsi, per permettere alla “upper class” di farsi la quarantena a casa in tutta tranquillità. A New York, dove un quarto degli abitanti sono afroamericani o ispanici l’esasperazione ha raggiunto le stelle quando il 93% delle persone fermate per accertamenti durante il lockdown, erano sempre loro. Loro che avevano come unica possibilità per stare a casa, quella di perdere il lavoro e andare ad aggiungersi ai 40 milioni di disoccupati o, nel peggiore dei casi, a sommarsi ai 100’000 morti. Alla faccia del sogno americano.

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