Ricordarsi di non dimenticare

Di

“Mo’ me lo segno”, rispondeva Massimo Troisi in “Non ci resta che piangere” a chi gli ricordava che prima o poi avrebbe incrociato il Tristo Mietitore, la morte. È nella natura dell’uomo. Il dolore si dimentica, e dimenticare, rimuovere le brutture della vita ci aiuta a sopravvivere. Aiuta noi, forse. Ma gli altri? Coloro che le violenze e le ingiustizie le subiscono quotidianamente?

Cosa resterà

Cosa possiamo fare per non dimenticarci di ricordare? Fra qualche mese ci ricorderemo ancora delle proteste innescate dall’ennesima uccisione di un afroamericano per mano di un agente bianco? Ora che la portata della violenza è tale da divenire insopportabile ci rimarrà attaccato qualcosa addosso oltre alla rabbia, alla tristezza e all’indignazione per aver visto cose che mai avremmo voluto vedere? La risposta è semplice e per certi versi desolante. No.

Tutto passa e se ne va

Basta pensare al senso d’impotenza e alla paura vissuta nel corso del lockdown da Coronavirus. In molti ripetevano come un mantra che non saremmo più stati quelli di prima, che la lezione ci sarebbe servita per raddrizzare le storture del mondo. Per ripianare le diseguaglianze e iniziare a vivere con la giusta accortezza. E invece tutto è tornato ad essere com’era prima della grande paura. Senza neppure l’accortezza di evitare il rischio di fare il gioco del virus che, sappiatelo, non è sparito affatto. Scene di violenza che non sono “cose dell’altro mondo”, ma del nostro, sono accadute proprio qui. Non sulla Luna o su Marte. E sono anni che accadono e continuano ad accadere.

Atteggiamento interiore

Per una società capace di tenere a freno le disuguaglianze, che rispetti i diritti di ogni persona, che combatta le discriminazioni, c’è una cosa soltanto che possiamo fare: cambiare il nostro atteggiamento nei confronti della diversità. È la nostra attitudine nei confronti della diversità che deve cambiare, sradicando in noi la logica del: “va bene purché non sia diverso”. Purché non metta a repentaglio lo status quo anche in senso lato, passando dall’omosessualità, alla disabilità, al colore della pelle e a tutto ciò che possa essere o sembrare diverso da te. Presupponendo in tal modo che tu sia la regola o peggio che tu sia il migliore. Una forma di difesa sì, ma che in un battito di ciglia può mutare in una forma di razzismo profonda e radicata.

Dimenticare per non morire

La formula invece dovrebbe essere: “ricordare per non morire”. Per far sì che non accada di nuovo. Per non morire un po’ tutti i giorni sotto il peso delle ingiustizie. Ricordare proprio come suggeriscono le rivendicazioni antirazziali rimaste inascoltate negli anni. Si riuscirà a dare un taglio a tutte queste inutili morti? Abbiamo il dovere di non dimenticare e quello d’indignarci quotidianamente per come la violenza sia entrata nelle nostre vite senza scalfirci più di tanto. Abituati a non ricordare e bravissimi a dimenticare. Ecco cosa siamo. Noi siamo i nostri ricordi e proprio come scriveva Primo Levi a proposito dell’Olocausto: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre. Tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo.”