Se sei nero, è una ferita

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Morena Ferrari Gamba è consigliera comunale a Lugano per il PLR, membro per la commissione pianificazione, presiede il circolo liberale di cultura Carlo Battaglini ed è membro della fondazione per i diritti umani. Morena Ferrari Gamba ha la pella scura, semplicemente. Una pelle che a molti piace, con le sue diverse sfumature di colore, mentre per altri è un’invalicabile barriera.

In seguito ai moti per la morte di George Floyd, Morena Ferrari Gamba ha scritto sul Corriere del Ticino un testo, che racconta con dolore, ma anche con coraggio e schiettezza cosa voglia dire vivere circondati da pregiudizi. Alcuni sono pregiudizi legati all’ignoranza o alla poca consapevolezza, altri sono cattiverie, altri ancora sono vere e proprie crudeltà, ma tutti concorrono a creare un bagaglio di dolore che accompagna una persona. Abbiamo estrapolato il pezzo saliente dell’articolo, sia perché riteniamo doveroso dargli eco, sia perché permetterà, speriamo, di comprendere meglio e di non prendere così alla leggera le nostre parole e le nostre azioni.

Perché ognuno di noi ha diritto al rispetto degli altri e trincerarsi dietro all’ignoranza non è mai una scusa. Ma lasciamo la parola a Morena:

“Se a scuola ti deridono e ti picchiano perché sei diversa, è una ferita.

Se chiedi un posto di lavoro e non te lo danno perché non va bene il colore della tua pelle, è una ferita.

Se alla fermata del bus un uomo ti fa l’occhiolino e il segno con le dita di quanto costi, è una ferita.

Se vuoi entrare in una discoteca e ti cacciano con violenza, mentre lasciano entrare l’amica al tuo fianco, bionda con gli occhi azzurri e tutti quelli come lei, è una ferita.

Se la polizia ti ferma sempre e ti perquisisce, trattandoti come se fossi una ladra, è una ferita.

Se sei con i tuoi genitori (bianchi) e chi incontri chiede “è la vostra nuova domestica?”, è una ferita.

Se mentre cammini con tua nonna (bianca) per il borgo e ti dicono “che bela negretta, ma l’è brava?” e ti scrutano con malcelata benevolenza, è una ferita.

Se dici a qualcuno che sei ticinese, la tua lingua madre è l’italiano e vedi la diffidenza nei suoi occhi mentre ti parla sillabando ogni parola, sorridi, ma è una ferita.

Se sei con gli amici e improvvisamente iniziano a picchiarti e se la prendono solo con te, è una ferita.

Se nonostante tutto vuoi chiamare la polizia, perché hai la tua dignità e il tuo orgoglio, ma ti dicono che è meglio lasciar stare, perché sarebbe peggio per te, è una ferita.

Se chiedi per strada un’informazione a qualcuno e vedi che si scansa e si stringe la borsa, è una ferita.

Se ogni volta che attraversi una dogana chiedono solo a te i documenti, e di seguirli per verifica e non ai tuoi famigliari o amici (bianchi), è una ferita.

Se fai politica e dicono “l’è mia vüna da nüm”, è una ferita.”

Nella conclusione del pezzo, Morena scrive. “Ora sommate tutto e pensate che capita ad ognuno di noi, ogni giorno”

Ecco, alla fine diventa accettazione, rassegnazione, modo di vivere. Perché anche qui da noi se hai la pelle scura e sei su un vagone, sei quasi sicuro che la polizia o la Polfer i documenti li chiederanno solo a te. Morena ci esorta. Pensate.

Pensiamo ogni giorno a cosa voglia dire essere in questa situazione, e cerchiamo di non vivere di pregiudizi. Purtroppo a leggere questo articolo sarà quasi solo gente che già pensa. Chi non lo fa, non legge e vive nella sua torre senza entrata né uscita.

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