Un uomo che ha cambiato il secolo

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L’11 giugno del 1984, moriva a Padova Enrico Berlinguer. Per quelli che oggi chiamano boomers, questo nome è uno dei più potenti ed evocativi del secolo scorso. Per chi è di sinistra, Berlinguer è saldo di diritto nel pantheon laico delle personalità che hanno cambiato il secolo. 

Domani, il 13 giugno, si sarebbero svolti i suoi funerali. Un milione e mezzo di persone in lacrime avrebbero reso omaggio al leader comunista. 

A noi boomers di oggi rimane il rimpianto e la nostalgia, che hanno molti, in Italia e anche in Svizzera, di quelle personalità politiche talmente luminose da far affievolire per riflesso le altre luci. Erano tempi dove la dignità e l’onore avevano ancora senso e dove delle bugie ti dovevi ancora vergognare, non come oggi dove il più gran cazzaro riceve più medaglie quanto è più disonesto.


Un episodio su tutti la dice lunga su quali uomini hanno calcato il ventesimo secolo. Saputo della morte di Enrico Berlinguer, a sfidare una folla oscura e ostile dietro le transenne, Giorgio Almirante, antagonista fascista. 

Mica di quei pagliacci di oggi, un fascista vero, che aveva vestito con fierezza l’orbace, ex capo gabinetto del Minculpop della repubblica di Salò. Almirante varca la porta di Botteghe Oscure, la sede storica del PC, sfidando l’astio della folla, per rendere omaggio al nemico. Un atto di coraggio e di stima enormi in un tempo in cui il piombo scriveva le sue storie di terrore sui muri sbrecciati delle città e le schegge delle bombe trasportavano brandelli di vita in mille direzioni.

Un piccolo inchino di fronte alla bara, un atto doveroso di omaggio del fascista al comunista, un segno di rispetto sì, ma anche certo di rammarico, perché perdere un nemico valente è come perdere un amico, lascia un vuoto nel cuore.

Sui social ho trovato la cronaca di allora del Corriere della Sera, sui funerali di Enrico Berlinguer. Alcuni passi vale la pena di riprodurli, a firma di Lietta Tornabuoni. E la Tornabuoni, cronista e critica cinematografica, figlia di antica famiglia aristocratica, con un padre militare, (quanto di più lontano ci poteva essere dal pensiero comunista) scrive delle righe tra le più belle e toccanti per quel funerale che chiuse un’era:


“Nel chiaro leggero dell’aria serale, nel vento fresco che muove migliaia di bandiere rosse in piazza San Giovanni, Pertini pallido e sfinito si piega a baciare la bara di Berlinguer. La gente lo chiama, lo applaude per tanto tempo, e l’onda del battimani è più forte delle note solenni della musica d’addio. Un milione e mezzo di persone, magari di più, impossibile contarle. Il segretario comunista ha avuto dopo la morte il suo comizio più grande, l’emozione più profonda e il consenso più vasto di tutta la vita. Una folla sterminata, addensata nella piazza ma unita anche nei cortei e altrove per l’intera città, venuta da tutta Italia: bandiere rosse, pugni chiusi levati, fiori rossi, striscioni, canti alti o sommessi. Grida: “Enrico, Enrico”. Fazzoletti rossi. Cartelli. Uno dice: “La grande forza dell’uomo è il pensiero. Tu hai saputo pensare. Grazie, Enrico”; altri ripetono con affettuosità familiare “Ciao, Enrico”; “Addio” è l’unica grande parola stampata in rosso su quella prima pagina dell’Unità che molti portano spiegata in mano o sul petto, come un emblema di lutto o un modo di espressione. (…)”


Il cambiamento è fisiologico, epocale e periodico, eppure non possiamo fare a meno di pensare, di rivolgerci con struggente malinconia a quegli uomini e a quelle donne che furono di una sinistra grande: Berlinguer, Jotti, Pertini, Togliatti. Gente che, compromessi o no, manteneva la forza delle proprie idee e della propria umanità. Ma soprattutto gente, che aveva il senso dello Stato con la “S” maiuscola, dove ora sguazzano invece come girini in uno stagno i pallidi fantasmi dei loro eredi.

Conclude l’articolo la Tornabuoni, con un senso di crepuscolo che anche lei percepisce, la struggente malinconia di un popolo che era ancora popolo nel senso massimo e più dignitoso della parola:

“(…) Nel chiaro leggero dell’aria serale, Pertini bacia la bara che poi s’allontana. La piazza orfana si svuota molto lentamente. L’ultimo applauso del giorno di lutto è per Letizia Berlinguer, al cimitero di Prima Porta dove ha voluto che il marito venisse sepolto accanto al padre nella tomba della famiglia, anziché accanto a Togliatti e Longo nella tomba ufficiale del partito al cimitero del Verano. E’ una tomba semplice. C’è scritto soltanto il cognome. Ci sono dei fiori rossi.

L’hanno chiusa alle sette e mezzo di sera, mentre gli ultimi lasciavano piazza San Giovanni, sfiniti e tristi, con le loro bandiere rosse arrotolate.”

Commemorare Enrico Berlinguer è giusto in quanto grande statista, ma soprattutto in quanto uomo di mediazione, che mise il paese al di sopra di tutto. Un errore che altri, come Moro, hanno pagato con la vita. Guardare a questi giganti ci fa sentire piccoli e inutili, eppure, il senso di dignità che emanano ancora come vecchie lampade all’acetilene dovrebbe scaldarci ancora, un tepore che rende donne e uomini migliori. Una luce che travalica i partiti per essere luce che illumina la strada dell’umanità tutta. 

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