Attenti a quei due

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Grandi dittature crescono. Potrebbe essere questo il sottotitolo che meglio spiega, in una battuta, quanto sta accadendo. Putin potrà rimanere al potere fino al 2036. Per capirci, potrà ricoprire la carica di presidente della Russia ancora per altri due mandati, cioè potrebbe rimanere al Cremlino fino all’età di 84 anni.

Ad avergli fatto questo regalo, il 78 per cento dei russi. Una schiacciante maggioranza ha accolto favorevolmente le riforme costituzionali volute dallo stesso Putin che, sempre di più, si profila come uno di quegli zar spazzati via dalla rivoluzione. In questo caso però, dopo questo voto, sembrano lì lì per tornare.

Il referendum voluto dallo zar Vladimir si è svolto sull’arco di una settimana nonostante i rischi legati al coronavirus. Secondo i dati ufficiali l’affluenza alle urne ha superato il 64 per cento. Comunque sia l’esito del voto era piuttosto scontato. Addirittura superfluo se consideriamo che le modifiche costituzionali erano già state approvate dal Parlamento russo ed erano in vigore da mesi.

Eppure Putin, che in veste di primo ministro prima e presidente poi è ormai alla ribalta da vent’anni, nella messinscena teatrale che cerca in ogni occasione l’applauso del popolo, non poteva esimersi dalla farsa del referendum. E così è stato. Golos, un’organizzazione indipendente che vigila sul corretto svolgimento degli appuntamenti elettorali, ha parlato apertamente di manipolazioni dovute soprattutto alla faziosità di buona parte dei media russi e delle pressioni che alcuni apparati dello Stato hanno esercitato sulla popolazione.

Un referendum voluto per cementare la sua leadership e l’idea di Grande Madre Russia che Putin ha in mente da sempre. Una nazione conservatrice, illiberale e omofoba. Tra le modifiche votate c’è anche quella che vieta i matrimoni tra persone dello stesso sesso e, ciliegina sulla torta, è stato perfino introdotto un riferimento all’ ancestrale “fede in Dio” della Russia. Una narrazione che sembra presa paro paro dal manuale del buon dittatore.

Del resto, nel marzo di due anni fa, ad aver anticipato le mosse dell’uomo forte di Mosca, era stato il suo omologo cinese, Xi Jinping. Anche in quel caso, con l’abolizione del tetto massimo dei due mandati, in pratica, Xi Jinpig è diventato presidente a vita. Più potente perfino del leggendario Mao. La regola dei due mandati, della durata di cinque anni ognuno, era stata voluta da Deng Xiaoping nel 1982 proprio per evitare il ritorno a un regime dittatoriale come quello del “quattro volte grande” che durò dal 1949 al 1976, Mao Tse-tung appunto.

E così, senza troppo clamore o lamentele, ecco che due tra le maggiori superpotenze economiche e militari del Pianeta si ritrovano oggi “con un uomo solo al comando”Uno scenario che non è certo di buon auspicio pensando al futuro e alle scelte epocali che s’impongono. Del resto, tra i motti che hanno reso celebre Vladimir Putin, ce n’è uno che ben riassume la filosofia e il modo in cui bisogna comportarsi quando il gioco si fa duro: “La strada a Leningrado, cinquant’anni fa, mi ha insegnato una lezione: se la rissa è inevitabile, colpisci per primo.”

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