Dal Ticino al Belgio, son cavoletti amari

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Per la Svizzera, i Paesi dai quali si è in arrivo che rendono necessario un periodo di quarantena sono: Arabia Saudita, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Bielorussia, Bolivia, Brasile, Capo Verde, Cile, Colombia, Honduras, Iraq, Isole Turks e Caicos, Israele, Kosovo, Kuwait, Macedonia del Nord, Moldavia, Oman, Panama, Perù, Qatar, Repubblica Dominicana, Russia, Serbia, Stati Uniti, Sudafrica e Svezia. Una lista piuttosto ragguardevole che, evidentemente, cambia da Paese a Paese a seconda della valutazione del rischio. E probabilmente anche un po’ del caso.

Un rischio che, se pensiamo al Belgio, vedeva il Ticino in prima fila. Almeno così era fino a ieri. Nella lista nera pure noi, o se preferite, per essere corretti, noi eravamo in una speciale lista arancione. Fino a ieri chi rientrava in Belgio dopo aver soggiornato in Ticino doveva farsi le sue due belle settimanelle di quarantena e, per scrupolo, sottoporsi al test per il Covid-19. Questo era quanto s’indicava sul sito dell’Ufficio affari esteri belga. Noi popolo marchiato a fuoco dall’onta della “zona arancione” mentre il resto della Svizzera, senza eccezioni, tutta nella fascia verde.

Apriti cielo. Come se davvero possa bastare una lista a salvarci dal virus o a farci sentire meglio o peggio nei confronti del resto dell’universo mondo, manco si stesse parlando di una festa Vip alla quale prima non siamo stati invitati e poi sì. Se c’è una cosa che la faccenda Coronavirus ci avrebbe dovuto insegnare, sempre che tutti noi si sia ancora disposti a imparare qualcosa, è che nella vita, malgrado non lo si voglia ammettere, è sempre tutto un terno al lotto. Certezze poche e passi falsi parecchi. A maggior ragione in momenti d’incertezza e di cambiamenti repentini come quelli che ancora per un po’ caratterizzeranno le nostre vite in balia di una minaccia invisibile, ma pur sempre sul pezzo e pronta a rifarsi viva.

Tra l’altro, il fatto che il marchio a fuoco sulle nostre fronti fosse arancione, stava a significare che quella dei Belgi mangia pommes frites e grandi intenditori di birra era solo una raccomandazione. Una delle tante che pure noi abbiamo dato o ci siamo sentiti ripetere, finendo francamente per fare un po’ quel cavolo che ci pareva, talvolta anche alla faccia del buon senso e della prudenza. Quindi, la lezione belga, è davvero semplice semplice. Nel prendere certe decisioni talvolta è inevitabile andare lunghi e aver bisogno poi di aggiustamenti. Un po’ come in una puntata del Dottor House, in cui prima di arrivare alla giusta diagnosi e alla cura, c’è parecchio da trottare. Perché il più delle volte la visione è sfuocata, perché viaggiare coi paraocchi è più rassicurante, perché avere la lucidità necessaria per camminare sul filo senza perdere l’equilibro e cadere giù è in assoluto la cosa meno facile da fare.

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