Guardie peggio che ladri

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Immaginate di svegliarvi in un mondo che va alla rovescia. Dove i tutori dell’ordine sono i peggiori delinquenti che sequestrano, torturano, gestiscono lo spaccio di droga e tutto questo accade con il benestare dei loro diretti superiori. Sì, perché “in presenza di risultati in termini di arresti eseguiti, gli ufficiali di grado superiore erano disposti a chiudere un occhio sulle intemperanze e sulle irregolarità compiute dai militari (tutti uomini dell’Arma dei carabinieri, n.d.r.) loro sottoposti”.

Una follia che, fino a qualche giorno fa, era la realtà quotidiana all’interno di una caserma dei carabinieri di Piacenza, la caserma Levante, dove, l’appuntato Giuseppe Montella detto Beppe, gestiva le attività criminali di un gruppo di carabinieri nel frattempo tutti arrestati, grazie a un’indagine condotta dalla Guardia di Finanza. “Ho fatto un’associazione a delinquere… abbiamo fatto una piramide… siamo irraggiungibili“, questo il tenore delle intercettazioni ambientali dalle quali sono emerse ripetute e continue violazioni della legge.

Pensando ai crimini commessi dalla banda c’è davvero solo l’imbarazzo della scelta. Dalla spartizione della droga sequestrata per poi rivenderla grazie a una propria rete di spacciatori, tenendo per sé, in una cassaforte comune, parte dei soldi dello spaccio, alle orge con due escort e un trans nei locali della caserma. Nel corso dell’emergenza da coronavirus e in pieno lockdown, l’appuntato Beppe Montella a Pasqua avrebbe perfino organizzato una grigliata con amici e parenti, dando loro alcuni consigli per evitare i posti di blocco, ovviamente brindando a Dom Perignon.

E poi ci sono tutti gli arresti e i pestaggi fatti a scopo intimidatorio per estorcere confessioni e accrescere il proprio controllo sul territorio. Un potere esercitato in puro stile mafioso che, per molto tempo, non ha insospettito nessuno. Strano no? Così come non poteva passare inosservato l’alto tenore di vita di Montella che abitava, con moglie figlio, in una villa con tanto di piscina. Un appuntato che andava in giro in Porsche e Audi e aveva moto di grossa cilindrata. Eppure, come detto, per scoperchiare la cupola è stata necessaria la testimonianza di un cittadino marocchino che ha raccontato di essere stato un loro informatore.

“Compiacenza”, il titolo della prima pagina del Manifesto, coglie appieno il contesto nel quale Montella e compagni operavano. Una banda che per lungo tempo ha trattato gente onesta e delinquenti allo stesso modo. L’episodio di un concessionario costretto a vendere un’auto di lusso a un prezzo stracciato perché picchiato a sangue e minacciato con le armi ne è la prova. C’è poi la dichiarazione di uno spacciatore che, in un’intercettazione, dopo aver avuto a che fare con Montella paragona l’incontro a una scena di Gomorra.

Al danno va infine aggiunta anche la beffa, perché l’appuntato e la sua banda, nel corso della loro attività criminale, riceveranno numerosi attestati di stima per il lodevole lavoro svolto, di più, in un articolo di un giornale locale del 2012, Giuseppe Montella è addirittura dipinto come un eroe, per aver salvato la vita a un barista sessantenne infartuato, avendogli prontamente praticato il massaggio cardiaco e la respirazione a bocca a bocca fino all’arrivo dell’ambulanza (leggi qui). “No, non sono un eroe, è il nostro lavoro. Mi interessa solo che il barista stia bene e che ritorni a fare il suo lavoro”, aveva ribattuto lui a chi gli chiedeva come si era sentito in quegli instanti. Ecco. Quando si dice: il mondo alla rovescia.

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