I teenager e gli orrori del deep web: cosa sappiamo

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Si torna a parlare di deep web e dark net per il caso recente dei due 17enni piemontesi nelle cui chat sono stati ritrovati, oltre a immagini inneggianti all’ISIS e al nazismo, racconti dettagliati circa la partecipazione, dietro pagamento in criptovalute, a dirette video ogni tipo di violenza su minori, persino su bambini, con l’atroce possibilità di richiedere, sempre dietro pagamento, qualsiasi tipo di sevizia, dall’olio bollente fino alle amputazioni. Le indagini hanno portato alla scoperta dell’effettiva esistenza di quelle che nelle conversazioni vengono chiamate “redrooms”, collocate verosimilmente nel Sud-Est asiatico, siti web collocati nel deep web in cui viene compiuta qualsiasi indicibile atrocità e sevizia fisica e sessuale su adulti, bambini e persino animali. L’inchiesta è il proseguimento di quella iniziata poco meno di un anno fa con la scoperta di una chat Whatsapp chiamata “The Shoah Party”, di cui avevamo già parlato.

I dettagli atroci ve li lasciamo leggere su un qualsiasi giornale, la questione che qui interessa è: questo materiale è alla portata di tutti, facilmente accessibile, tanto che, per fare un esempio, i nostri figli potrebbero imbattersi in esso casualmente, oppure l’accesso è legato alla frequentazione di determinati “giri” virtuali nei quali si ottengono istruzioni e dettagli necessari? 

La risposta, per far tirare un sospiro di sollievo (momentaneo) è la seconda. E spieghiamo, al riguardo e brevemente, come funziona il deep web, di cui ci eravamo già occupati tempo fa.

Facciamo subito una distinzione tecnica: per deep web si intende,  genericamente, qualsiasi contenuto non sia indicizzato dai motori di ricerca, quindi anche materiale perfettamente legale ma semplicemente nascosto, con varie tecniche,  a Google e compagnia. Parliamo invece di dark net per indicare un insieme di siti web, il cui indirizzo è in genere un insieme confuso di lettere e numeri terminanti con l’estensione .onion anzichè i classici .ch, .com e via dicendo,  contenente materiale prettamente illegale, che non solo non è ricercabile tramite Google ma è visionabile solo utilizzando un particolare browser, ovvero un programma, per la navigazione su di esso. Il più usato di tali browser è Tor Browser, che non solo è in grado di leggere i siti .onion, ma fornisce anche l’anonimato nella navigazione web. Per semplicità, userò qui i due termini indistintamente. 

Il deep web ha anche i suoi motori di ricerca specifici, ovviamente, da Torch a Duck Duck Go, in grado di indicizzare i contenuti della Rete sommersa., soprattutto il materiale più facilmente accessibile, ovvero quello che riguarda la compravendita di droga, armi, passaporti falsi e via dicendo, tutta roba pagabile in criptovalute come i bitcoin. Quindi, in sostanza, se i vostri ragazzi dovessero per gioco scaricare Tor Browser e iniziare a farsi un giro nel deep web, il più che potrebbero trovare è uno shop online di droghe e armi, e a meno che non abbiano diverse centinaia di franchi in bitcoin, il rischio è tutto sommato minimo, anche se conviene sempre mantenere alta la guardia.

Ma il deep web, come è emerso da questo caso, è anche altro, e raccoglie sostanzialmente ogni tipo di perversione l’uomo possa concepire, dalla pedofilia alla zoofilia fino, appunto, alle violenze reali filmate anche a richiesta. Accedere a questo tipo di contenuti non è facile, dato che sono, ovviamente, ben occultati, con siti con indirizzi impossibili da ricordare a memoria e che cambiano molto di frequente, per cui è possibile accedervi solo se qualcuno ci dà l’indirizzo corretto. E qui, e veniamo al punto cruciale, entrano in gioco strumenti perfettamente legali come i forum e, soprattutto,  le app di messaggistica, soprattutto Telegram, la diretta concorrente di Whatsapp che concede una maggiore privacy e  permette la creazione di canali con accesso esterno anche senza dare il proprio numero e su cui si trova spesso di tutto, anche contenuti a sfondo sessuale.  (leggi sotto)

Ed è qui, dunque, più che al deep web, che bisogna prestare attenzione: come abbiamo già scritto, esistono canali Telegram in cui gli utenti scambiano allegramente materiale che è corretto definire pedopornografico, fra cui la celeberrima “Bibbia 3.0”, ovvero il link a una cartella condivisa che contiene un’enorme raccolta di foto di ragazze, molto spesso minorenni, in atteggiamenti intimi, il più delle volte condivisi dai ragazzi a cui erano state inviate in totale fiducia, e il cui download potrebbe causare varie grane penali. 

In sostanza è così che funziona: si entra in un canale Telegram magari per gioco, perché si viene a conoscenza della sua esistenza e lo si trova con una semplicissima ricerca. Dopo di che, ci si fa notare scambiando materiale e contenuti in linea con le “finalità” del gruppo, si cerca di crearsi una piccola “popolarità”, fino a guadagnarsi la fiducia di chi è in possesso dell’accesso a determinati contenuti come quelli del deep web, che non sempre è concessa facilmente considerata l’ampia presenza di agenti delle forze dell’ordine sotto copertura, e si ottiene, infine, il link desiderato. Un meccanismo di un’inquietante semplicità, se pensiamo all’uso quotidiano che tutti noi facciamo di Whatsapp o Telegram, e che, nelle verifiche effettuate, ha mostrato una sorta di deresponsabilizzazione da parte degli utenti, anche giovanissimi: il fatto di essere in una chat con sconosciuti, sostanzialmente, fa venire meno la percezione dell’illegalità di determinati atti come quello di passarsi le foto di una 13enne nuda, rendendolo tutto una specie di “gioco” fra amici, una “goliardata”.

E al riguardo, sono emblematiche le parole del padre di uno dei ragazzini coinvolti nell’inchiesta, un 14enne, che a Repubblica dichiara:

“Gli ho detto “ma tu hai visto immagini terribili: non ti è venuto in mente di venire da mamma e papà a dircelo?”. D’altra parte però per lui vedere una bambina nuda non era qualcosa di sconvolgente, non l’ha collegata a una cosa gravissima, è poco più che un bambino anche lui: era come vedere una bimba in spiaggia senza costume. Solo ora inizia a rendersi conto della gravità…Ha interpretato questa cosa come un gioco. Quelle immagini per lui non avevano il peso giusto. Questo ho percepito parlando due giorni con lui: l’aveva presa con estrema leggerezza. C’erano battute di destra e di sinistra. Era una presa in giro su mondi anche opposti. Situazioni non giuste, ma erano prese in giro””.” .

È vero che sul web si trova di tutto, è verissimo che qualsiasi ragazzino può accedere a contenuti pornografici con estrema facilità, ma c’è da sempre e comunque da ricordarsi che ciò che è visibile sul web “aperto” è comunque materiale sostanzialmente “innocuo”, per quanto osceno possa sembrare, frutto sempre e comunque di un reciproco consenso da parte delle persone coinvolte.  Il marcio, come abbiamo detto, è altrove, più in profondità: i pedofili non si scambiano sicuramente le foto dei bambini su Facebook.

E allora, in conclusione, cosa fare? Da non-genitore, ma da appassionato del web e dei fenomeni sociali ad esso legati, penso che la soluzione passi per una maggiore responsabilizzazione dei ragazzi, a partire dalla fine della demonizzazione della pornografia tout court (quella “legale”), che permetta di rendere chiara la differenza fra contenuti sì osceni ma legali e materiale la cui scoperta va invece immediatamente segnalata in quanto, al di là del costituire reato, è frutto di violenza, sia psicologica come nel caso delle foto rubate, sia reale nel caso dei video di strupri. Bisogna far capire che sul Web non si è al sicuro e impuniti, e che quello che sembra un gioco fra amici può avere conseguenze gravissime, sia sulle vittime che su chi partecipa ad esso, che ci sono dei limiti oltre i quali si rischia veramente grosso.

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