Il figlio sul davanzale

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La storia di un figlio fedele, che ha messo le ali degli uccelli per volare dove può vedere sua madre. La storia dell’Uomo Ragno di Hebron, dove le pietre millenarie raccolgono da tempo il dolore delle sue genti.

Hebron è antica, è la città che ha il nome del patriarca Abramo, ma che Dio sembra avere dimenticato. Sorge a trenta chilometri da Gerusalemme, è piccolina la Terra Santa, tutto si affastella e si incrocia da millenni. Palestinesi, ebrei, musulmani, cristiani.


Hebron, rannicchiata sui monti della Giudea, è stata anche immortalata da una canzone dei Nomadi, “32° parallelo”:


“Salgono da Hebron grida nel cielo,32° parallelo…

La striscia della morte ha solcato la memoria,

Popoli senza tempo, famiglie senza storia…”


Hebron è una delle tante città martoriate di Palestina, parte ebraica e parte palestinese, è conosciuta per il massacro che nel 1994 lasciò sul terreno 60 palestinesi e 5 israeliani a seguito di un attentato compiuto da un ebreo ortodosso, Baruch Goldstein.

Ed è da questa città, nominata nel Pentateuco biblico, tra antiche mura e polvere che raccontiamo la storia di Jihad Al-Suwaiti.


Jihad, con la guerra santa impresso nel nome, con la guerra santa non c’entra, o perlomeno non in questa storia minuta e struggente. Una storia di figli e di madri, dove l’amore lascia ferite che colano sui muri asciutti della Hebron al Kahlil, la città vecchia.


Il Covid ha chiesto il suo tributo anche a chi già paga tanto, come i palestinesi. Jihad ha una madre, anziana, che è finita in ospedale quando il virus ha cominciato a fare il suo lavoro. Patologie pregresse, precari stati di salute, sono spesso letali, soprattutto per quelle popolazioni che non hanno la fortuna di un sistema sanitario come il nostro. La madre di Jihad dunque, finisce in ospedale. I familiari, come sappiamo anche noi, non possono entrare per via delle misure anticontagio.


Ma il figlio Jihad, l’Uomo Ragno di Hebron non si arrende, scala il muro dell’ospedale ogni sera, si acquatta sulla finestra e veglia la madre attraverso il vetro. Un’immagine che inevitabilmente porta alle scimmiette della vivisezione, gli sguardi persi e dolenti al di la di vetri o sbarre. Jihad, abituato a muri e barriere, ne trova una ulteriore in una delle poche situazioni dove a un palestinese è lasciata la libertà, quella di morire. E questa madre chiusa nella corsia, vede il figlio oltre il vetro, accosciato sul davanzale come un piccione,


Jihad è lì anche quando la madre muore, l’ennesima sera in cui è posato di fronte a quella finestra, il muro giallo e calcareo, le luci fredde e azzurre del nosocomio. Jihad dalla barba incolta e le membra magre, accartocciato come una scimmia, con le gambe incrociate sulla pietra avara, fa quello che numerosi figli del nostro tempo non sono più capaci di fare, accompagnare, vegliare la madre e accoglierne l’anima sull’orlo di una finestra.


C’è un dolore profondo di condivisione nostra in quella foto, resa pubblica da un funzionario dell’ONU. La madre di jihad è morta il 16 luglio, ora il davanzale della corsia è vuoto. Jihad è volato via, insieme all’anima di sua mamma. Una storia triste e bellissima, come tante storie che ci ha portato l’ordalia del virus per cui anche noi abbiamo pagato un prezzo salato. Una dedica, un pensiero, vada perciò a tutti coloro che non ci sono più e che non hanno potuto avere il conforto dei familiari nelle loro ultime ore.


La preghiera dei morti musulmana, consigliata dal Profeta e dai suoi compagni, termina con una frase saggia:


“…O DIO, non privarci del premio della pazienza mostrata per la sua morte …”

Il fatalismo mediorientale, l’accettazione della dipartita, non rende meno struggente il gesto di Jihad, un gesto importante per tutti gli esseri umani di buona volontà. Anche per i cristiani che nel IV comandamento ritrovano il concetto ormai perduto: “onora il padre e la madre”.

Dove onorare non è inteso come senso biblico di cieco rispetto, ma come cura di chi, per anni, ha dedicato la propria vita, tra fatiche e sacrifici per farci crescere.

Per queste persone meritevoli, la veglia su una finestra appollaiati come uccelli è il regalo più bello.

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