La mafia di casa mia

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Sono almeno una ventina le cellule mafiose presenti e operanti sul territorio della Confederazione. È questo il dato più che allarmante dell’infezione criminale in corso. Del resto il sospetto che l’operazione congiunta con le forze dell’ordine italiane, grazie alla quale qualche giorno fa sono stati arrestati numerosi esponenti della ‘ndrangheta, non fosse un caso isolato noi lo avevamo avuto fin da subito (leggi qui sotto).

E ora la conferma ci arriva puntuale dall’Ufficio federale di Polizia. Ad averci avvisato per tempo del pericolo che stavamo correndo era stato nientemeno che Giovanni Falcone, un’icona dell’antimafia barbaramente assassinato nel maggio del 1992, con mille chili di tritolo a sventrare l’asfalto facendo saltare per aria le automobili in cui viaggiavano il giudice, la moglie e tre uomini della scorta.

Fate attenzione, dopo il denaro dei mafiosi, arriveranno anche loro“. Furono queste le parole di Falcone che puntuali si sono avverate. Venti cellule mafiose a cui fanno capo circa quattrocento uomini. Cifre di un esercito del male frutto delle valutazioni condotte dalle autorità antimafia italiane e da altri esperti di criminalità organizzata.

Una stima che ci dà la misura di quanto il fenomeno sia esteso e di come, stando alle parole dell’ex procuratore pubblico Paolo Bernasconi, per anni, i mafiosi e i loro sodali hanno potuto creare indisturbati società bucalettere soprattutto in Ticino e in Mesolcina, utilizzate per nascondere le attività criminali mentre polizia, procure, autorità comunali e del registro di commercio stavano a guardare.

Si tratta perlopiù di persone che non danno nell’occhio e con un lavoro, residenti in Svizzera da decenni. Perché non è il clamore che questo tipo di organizzazioni a delinquere cercano. Anzi. Nella loro ottica, meno si parla di mafia e meglio è. Perché il silenzio è mafia, l’invisibilità la loro massima ambizione. “La mafia uccide, il silenzio pure”, diceva Peppino Impastato.

Un silenzio che copre intimidazioni, estorsioni, omicidi, traffico di droga e di armi, ma soprattutto il riciclaggio dei miliardi guadagnati grazie a tutte queste attività illecite. Perché quello che si tende a dimenticare facilmente sono le dimensioni del fenomeno. Il fatturato da multinazionale che il crimine organizzato può vantare. Un potere economico che pesa come un macigno sulle nostre democrazie e che spiega anche la ragione per cui finora, in Svizzera, sul fronte politico finora si è sempre sorvolato.

In Svizzera, i Cantoni più toccati dal fenomeno sarebbero Ticino, Vallese e Grigioni, ma anche città e agglomerati di molte altre località svizzere. Per la giornalista Madeleine Rossi, autrice di un importante rapporto sulle mafie in Svizzera, le nostre autorità farebbero troppo poco per informare la popolazione su questo pericolo. Manca così il controllo sociale e gli anticorpi necessari a contrastare il fenomeno. Ecco spiegato come le famiglie mafiose possono poi crescere e agire indisturbate.

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