L’umanità che cura

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Sono un’allieva infermiera, un’allieva fuori tempo e un’allieva a vita. Ho avuto la fortuna di scoprire una passione a oltre 40 anni ( sono più vicina ai 50 che ai quaranta) e la porto avanti con fatica e entusiasmo. Imparo tutti i giorni la vita di reparto sia dai residenti che vi abitano, sia dal personale che ci lavora. In particolare sono attirata dall’umanità che mi circonda e che si esprime nei modi più disparati e colorati possibili.

Il reparto in cui mi trovo attualmente, non è un reparto protetto, di quelli speciali costruiti in maniera protesica intorno alle particolari esigenze degli anziani affetti da demenza, in cui possono circolare liberamente a ogni ora del giorno e della notte, vagare senza meta apparente ( la meta è così importante per noi “savi” quando invece dovremmo imparare dai “dementi” il piacere del viaggio fine a se stesso) mangiare con le mani, indossare un piatto come cappello, coccolare una bambola come fosse un bimbo, spostare bicchieri, cuscini e tovaglie da un punto all’altro trovandogli destinazioni diverse e tanto creative.

Il reparto in cui lavoro è un reparto tradizionale: le camere da letto per dormire, le toilettes per urinare, tavoli da pranzo per mangiare, una routine e un ménage regolari e consoni a persone che riescono ancora, più o meno, a vivere e a comportarsi come la società corrente si aspetta che facciano. Nei reparti Alzheimer il personale è formato affinché possa approcciarsi e rapportarsi con le persone affette da demenza in modo sereno e efficace. L’efficacia, quando lavori con chi ha una demenza, consiste sostanzialmente nel mantenere un clima tranquillo e accettante, nel riuscire a compiere gli atti di cura in modo non traumatico, a far sorridere e stare bene chi vicino a te, dentro, si sente fratto in mille piccoli pezzi, così piccoli e divisi che di fronte alla realtà esterna si sente tremare e infastidire. Ci sono tanti corsi che si possono seguire, tanti approcci diversi, vari metodi. Ma fondamentalmente serve cuore, umanità, affetto e comprensione.

Quando ti trovi al tramonto, che è il periodo più critico della giornata, con una signora in crisi perché vuole a tutti i costi tornare a casa da suo marito che la sta aspettando (defunto anni prima) e non ne vuol sapere di farsi distrarre in alcun modo, è difficile capire cosa fare. Ci sono cose che NON si devono fare mai: NON si può riportare la persona alla realtà del momento dicendole che suo marito è morto e che lei una casa non ce l’ha più, perché non sarebbe in grado di accettarlo e quindi di comprenderlo, e non si può mentirle dicendole che presto tornerà da lui, perché se pure in quel momento lei non ricorda che il marito è defunto, però lo sa nel suo intimo. E quindi cosa fare? Non si può essere sinceri e non si può essere falsi.

Poco tempo fa ho assistito a un episodio simile dove la signora disperata cercava in ogni modo di poter lasciare la struttura cercando di convincere gli operatori a lasciarla andare perché “veramente suo marito era appena tornato da un lungo viaggio di lavoro e la stava aspettando….”. Ero seduta in infermeria e cercavo un modo nella mia testa di aiutarla dopo averle provate un po’ tutte facendo appello ai libri letti sull’argomento e ai corsi seguiti. E allora ho visto come l’umanità e l’autenticità possono fare la differenza oltre ogni teoria e e metodologia insegnata o appresa. L’infermiera di turno, una ragazza bella che quando sorride ti illumina la stanza, che quando ride senti il rumore e il sapore dell’anguria spaccata, ha preso il telefono e parlando in tedesco ( la lingua madre della signora disperata) ha fatto una lunghissima telefonata con il marito della residente il quale in effetti stava tornando dal suo viaggio di lavoro ma sarebbe arrivato tardi perché c’era traffico, era stato trattenuto, e insomma sarebbe stato più tranquillo sapendo che sua moglie si sarebbe potuta fermare a dormire ancora nella camera che abitava in struttura. Sarebbe arrivato poi con calma appena possibile…

La signora che chiamerò Belle, seguiva tutta la conversazione seduta sulla sua sedia a rotelle annuendo sorridente con gli occhi grandi, accolta finalmente nel suo bisogno di essere ancora moglie, di vivere ancora un po’ nella realtà della donna che deve aspettare pazientemente che il marito torni da un viaggio di lavoro che, si sa, può comportare qualche imprevisto.

Non c’è stata sincerità in quella telefonata e non c’è stata menzogna. È stata una rappresentazione terapeutica di una scena quotidiana recitata con l’autenticità del teatro greco, catartico e curativo. L’infermiera è uscita dal suo ruolo e si è fatta attrice e amica, ha compreso e accolto il bisogno di protezione e di ruolo familiare di Belle che spesso fugge dalla sua condizione di demente impacciata e dipendente in casa per anziani per ricoprire quello bello, vivo, caldo e ormai passato di moglie e donna integra, indipendente e desiderata.

Alla fine puoi studiare, formati, seguire corsi, ma se ti manca il cuore, la creatività, l’intuizione e la voglia di far star bene della mia infermiera bella come il sole, il lavoro resterà solo lavoro e i tuoi pazienti solo persone che in fin dei conti restano confinati dietro l’etichetta della propria patologia. Al termine del mio periodo di stage ho avuto la fortuna di assistere e apprendere la valenza dell’umanità curativa. Grazie, mia Bella bella bella per avermi seguito, sorriso e ispirato in questi mesi.

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