Marchesi: stop agli spot della Bennet

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Il Pierino della politica ticinese è tornato a farsi sentire con forza. Il Presidente dell’UDC cantonale Piero Marchesi si è detto indignato. Di più, furioso. Sarà perché in Svizzera il Ticino si conferma maglia nera nel mercato del lavoro? Siamo quelli coi salari più bassi: 1200 franchi in meno di media. Con più frontalieri e disoccupati. A dircelo sono le ultime, recentissime statistiche della Seco. Un quadro impietoso. Una realtà che grida vendetta, frutto di un vergognoso immobilismo e della connivenza compiacente fra politica ed economia ticinese.

Eppure no. Pierino non è di questo che si lamenta. Lo statista democentrista è incazzato nero con la RSI, rea di aver trasmesso la réclame di un supermercato d’oltreconfine. Marchesi, stigmatizza il fatto “di pubblicizzare una catena alimentare italiana, in barba a tutte le iniziative locali ticinesi per sostenere le attività commerciali sul nostro territorio”. Un’accusa che sembra una barzelletta, ma che non lo è affatto. È tutto vero e non fa ridere. In pratica Marchesi vorrebbe che la raccolta pubblicitaria del servizio pubblico facesse dei distinguo.

Un po’ come se in Germania, in tempo di crisi, si chiedesse alla tivù pubblica di vietare di raccogliere i soldi delle pubblicità di Renault e Fiat per fare da traino e incentivare all’acquisto di auto tedesche. Roba da camicia di forza, soprattutto considerando che a essere in ginocchio è l’economia globale e che i consumatori ticinesi, proprio come gli imprenditori ticinesi, sono liberi di “fare la spesa” lì dove meglio credono, soprattutto se il risparmio della spesa fatta oltreconfine risulta essere considerevole. E aggiungo anche che non sarà certo uno spot a far la differenza. O a convincere i Ticinesi a spendere in Ticino. Tanto più che il riuscire ad arrivare a fine mese senza indebitarsi non è mica un vezzo, ma una necessità.

La libertà di scelta del consumatore è legittima e garantita – almeno su questo c’arriva pure il Pierino – ma proprio tirarsi la zappa sui piedi con la connivenza del servizio pubblico è inaccettabileLa nostra televisione, finanziata dai contribuenti e dalle aziende svizzere. La scelta di RSI è irresponsabile e frutto delle scelte di dirigenti che hanno il posto di lavoro assicurato e che vivranno questo difficile periodo osservandolo dalla loro torre d’avorio.” Ora, dove sia la torre d’avorio a Comano lo sa solo lui, Marchesi, che di professione fa il dirigente d’azienda. Perché se si fosse scomodato e avesse magari fatto quattro chiacchiere con alcuni dipendenti RSI saprebbe che, a parte i risparmi di 50 milioni di franchi previsti dalla SSR nel 2020, guardando al futuro, anche in RSI, si naviga a vista come tutti noi e non si escludono né licenziamenti e neppure ulteriori dolorosi tagli.

Certo, alla destra e a Pierino, non va proprio giù il fatto che in Svizzera ci sia un servizio pubblico capace di dar voce a tutti, belli e brutti, sovranisti, leghisti, ai partiti borghesi, ai verdi e alla sinistra. “Un contributo prezioso alla coesione tra le varie realtà del Paese, allo scambio tra le regioni linguistiche e alla comprensione reciproca delle molteplici culture presenti nel territorio”, si legge sul sito web della RSI a proposito del loro mandato aziendale. Un servizio pubblico che ha ritrovato la sua centralità, la sua forza oltre che la sua ragion d’essere in una crisi epocale come quella dell’emergenza da Covid-19, tra l’altro ancora ben lontana dall’essersi spenta.

Eppure, pluralismo, suona come una bestemmia, vero, Pierino? Meglio il pensiero unico? Meglio smantellare il servizio pubblico e privatizzare l’informazione? Ho detto giusto? Per quelli della mia generazione, negli anni Ottanta, Pierino aveva il volto di Alvaro Vitali. Insieme a Lino Banfi e pochi altri spopolava nelle commedie sexy. Che, per intenderci, erano quei film scollacciati in cui, tra una battutaccia e l’altra ogni tanto ci scappava l’Edwige Fenech di turno che s’infilava completamente nuda in una doccia. Roba di pochi secondi. Era quello che all’epoca passava il convento. Con Pierino lì a sbirciare dal buco della serratura.

Stiamo parlando di quei film trasmessi dalle televisioni private italiane a tarda ora. All’epoca in pochi osavano confessare di averli guardati, eppure, non si sa come, il giorno dopo erano comunque sulla bocca di tutti. Del resto, per rubare spettatori alla tivù pubblica, si faceva questo e altro. A quanto pare lo si fa ancora oggi. Pierino era famoso per le sue barzellette, in linea con il suo personaggio volgare e irriverente. Pensando a cosa passa oggi in tivù o si può vedere sul web c’è sicuramente di peggio. Confesso che a qualcuna delle barzellette di Pierino ho perfino riso anch’io. A quella raccontata da Marchesi però non son riuscito. Anche alle oscenità c’è un limite. Il continuo e ripetuto fuoco incrociato sulla seconda azienda del Cantone non fa per niente ridere. È probabilmente il segno dei tempi, quello di tempi bui in cui ogni scusa è buona per picconare la libertà d’espressione, per giocare ai piccoli Tafazzi, fosse anche solo per uno spot della Bennet.

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