‘Ndrangheta e cioccolato

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Chissà se c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di sostenere che le mafie in Svizzera, e in Ticino in particolare, non esistono. Probabilmente non dopo il blitz dei giorni scorsi a seguito di un’inchiesta che ha visto unite le forze investigative di Berna e Roma. L’operazione ha portato all’arresto di 75 persone e di altre 158 indagate per i reati di associazione mafiosa, associazione dedita al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, riciclaggio, fittizia intestazione di beni, corruzione e altri reati, aggravati dalle modalità mafiose.

Guardia di finanza e Polizia elvetica hanno anche sequestrato beni per 169 milioni di euro. Un’operazione in grande stile che ha visto coinvolte più di 700 tutori dell’ordine. Il Ministero pubblico della Confederazione ha inoltre comunicato che una persona è stata arrestata nel canton Argovia, mentre perquisizioni sono state effettuate nei cantoni di Zugo, Soletta, Ticino e Argovia. Per ciò che attiene al nostro cantone le persone interessate sono state due, un luganese e un locarnese che, chiamati in causa dagli organi d’informazione, hanno negato, smentito e minimizzato i fatti dicendo di essere estranei alla rete criminale portata alla luce.

Insomma, tutto come da copione. Perché sebbene ci siano la testimonianza e i resoconti di un agente sotto copertura che per lungo tempo ha raccolto dati e informazioni sulla ‘ndrangheta e sugli ‘ndranghetisti attivi in Svizzera, trovandosi anche a interagire in operazioni illecite che vanno dalla compravendita di armi non certo giocattolo (tra queste anche un FASS 90 del nostro esercito) al riciclaggio di ingenti somme di denaro, tutti negano gli addebiti manco fossero passati di lì per caso. Il tipico atteggiamento adottato dal mafioso beccato con le mani nel sacco che si chiude a riccio e, nel più classico stile alla Totò Riina, si dichiara un povero contadino ignorante che l’invidia dei vicini vuole vedere come un criminale.

Ah, l’invidia. O, peggio, lo sguardo severo e giudicante della gente. Ecco il punto. Per troppo tempo si è minimizzato, fatto finta che il problema non esistesse o non ci riguardasse. Che la Calabria fosse una regione lontana e distante per usi e stili di vita. E invece no. Come un cancro il potere e gli affari criminali di certe associazioni a delinquere si sono fatte strada in tutta Europa, dal Nord Italia alla Germania, lo hanno fatto come un coltello affonda nel burro. Senza che nessuno intralciasse o contrastasse il loro modo di fare, un atteggiamento che conosciamo bene, ma soprattutto quel pensiero imbevuto di violenza e prevaricazione. Ed è per questo che sono pronto a scommettere, pensando alla recente inchiesta in cui si chiama in causa anche il Ticino, che ci troviamo giusto di fronte alla punta dell’Iceberg. 

Solo un mese fa a Bienne era stato arrestato un latitante che lavorava come cameriere e pizzaiolo in un locale della città. Roberto Pisano, un quarantunenne di Gioia Tauro, considerato contiguo alle cosche Piromalli-Molè di Gioia Tauro, con una condanna a 8 anni e 7 mesi di reclusione da espiare per produzione, traffico e detenzione di droga e diversi altri reati. Segno che la Svizzera non è solo un terreno vergine in cui fare affari indisturbati, ma anche un buon posto per nascondersi e tornare a vivere come se nulla fosse. Eppure, se c’è una cosa che non possiamo più fare, è proprio far finta di nulla. Di fronte alla malattia, l’unica cura possibile è innanzitutto prenderne atto. Rendersi conto della gravità e agire, perché il contrario significherebbe la morte civile e morale di tutti noi.

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