Non chiamateci più pellerossa

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Era dal 1937, ovvero da 83 anni, che la squadra di football dei Redskins di Washington, i “Pellerossa” , si era data questo nome. Una questione non di questi giorni, ma che si trascina da anni, anche perché i nativi americani, non sono proprio felici di questa denominazione.

Per coloro che ritengono la questione una quisquilia, immaginiamo una squadra confederata che si chiamasse “facce da cinkali”. E così, da lunedì 13 luglio, i Redskin cambieranno nome, eliminando anche il nativo americano che campeggia come simbolo su caschi, magliette e merchandising. La società ha scritto su Twitter:

“Dean Snyder e il coach Rivera stanno lavorando a stretto contatto per sviluppare un nuovo nome e un nuovo approccio di design che migliorerà la posizione del nostro orgoglioso, tradizionale, ricco franchising e ispirerà il nostro sponsor, i fan e la comunità per i prossimi 100 anni.”

Dean Snyder, proprietario a maggioranza della squadra, da puro businessman, non ha di sicuro sottovalutato le pressioni degli sponsor. La questione del nome dei Redskins, era infatti sul tavolo da anni, ma fino ad oggi non era stato cambiato. A imporre il cambiamento, come al solito, è stato il mercato, o meglio, i consumatori. Sull’onda del Black Lives Matter, gli sponsor avranno fatto i loro calcoli e ritenuto meno dannoso per la squadra cambiare nome (retaggio effettivamente di un passato poco attento alle minoranze, per usare un eufemismo). Hanno perciò “imposto” (soprattutto la FedEx*, ditta di spedizioni internazionali) alla squadra il cambio di nome.

Ancora una volta e sempre più ci rendiamo conto che l’individuo, oggi, ha più potere come unità di consumo che come votante. Una questione del genere, demandata ai tifosi, non avrebbe avuto la minima possibilità di essere approvata. D’altronde immaginatevi se si chiedesse ai tifosi dell’Atalanta di cambiare nome, il minimo che ci aspetteremmo è una sommossa e un bel po’ di guerriglia urbana.

La decisione degli sponsor avviene su pressione di una lettera, inviata da 87 società di investimento e azionisti, spedite a FedEx, Pepsi e Nike. La Nike si era già distinta in passato per la sua propensione a sposare cause liberal, come quando utilizzò come testimonial Colin Kaepernick, quarterback dei 49ers e capofila delle proteste antirazziste del 2016 contro Donald Trump (leggi qui sotto)

Che gli Stati Uniti stiano guardando bene nello sgabuzzino per scopare fuori ragni e scheletri è un dato di fatto. Questo forse non porterà immediatamente a una società nuova, ma certo cambierà sensibilmente il sentire di tanti americani. Il tanto vituperato politically correct è quello che oggi permette a un gay di non essere chiamato frocio con nonchalance. E non parliamo di 100 anni fa.

In trepida attesa del nuovo nome, che speriamo non sia “Blackskins”, auguriamo alla squadra un futuro glorioso e privo di inciampi razziali, convinti che i nativi americani, dopo i massacri del passato, meritino un po’ più di considerazione non solo dallo sport, ma dalla società statunitense tutta.

*FedEx è una ditta di trasporti specializzata in spedizioni espresso. Ha 400’000 dipendenti e un fatturato di 65 miliardi di dollari l’anno

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