Non dire gatto, non nel piatto

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Non dire gatto, ma nemmeno cane. Eppure, il Festival cinese di Yulin, la fiera della carne canina, si è tenuta anche quest’anno tra il 21 e il 30 giugno. Con macellazione e consumo di filetti, cosciotti e costine del nostro fedele amico Fido, nonostante la sua esclusione dalla lista degli animali commestibili, pubblicata dal ministero dell’agricoltura cinese ad aprile.

La tradizione l’ha spuntata, ancora una volta, sulle normative vigenti. In Italia, come pure negli Stati Uniti, c’è il carcere per chi consuma carne di cane. Ma la questione non si pone soltanto pensando ai nostri amici a quattro zampe. Una sostanziale diminuzione della cane nella nostra alimentazione di tutti i giorni ha una funzione protettiva contro l’azione dei radicali liberi. Chi segue un’alimentazione ricca di vegetali corre un rischio inferiore di ammalarsi e può sperare di vivere più a lungo. Eppure al richiamo della carne sembra difficile resistere.

C’è chi dice che mangiare carne è un omicidio premeditato e digerirla è occultamento di cadavere. “Quella che chiamiamo eufemisticamente carne sono in verità pezzi di cadaveri, di animali morti, morti ammazzati. Perché fare del proprio stomaco un cimitero?”, si chiedeva Tiziano Terzani. “Auschwitz inizia quando si guarda a un mattatoio e si pensa: sono soltanto animali.” Sosteneva il filosofo tedesco Theodor Adorno.

Ora, che voi siate o meno vegani o vegetariani, non è questo il punto. Ma casomai capire come sia possibile che certi animali siano prelibatezze qui, e immangiabili altrove. Qual è la regola? Come decidiamo quale debba essere l’animale degno di finire nel nostro piatto?

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